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Lettera di un insegnante di scuola superiore

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Egregio Prof. Galli della Loggia,

La ringrazio per il suo fondo del 2 aprile sul “Corriere”, che fotografa esattamente il problema-scuola in Italia, problema al quale qui mi limito, pur condividendo le Sue osservazioni più generali sul problema educativo in Italia nel rapporto tra la generazione adulta e quella dei giovani ipertecnologizzati e iperpresuntuosi. Ho seguito, negli ultimi anni, e apprezzato, i Suoi interventi in materia scolastica, che, da insegnante quale sono, ho trovato sempre pertinenti. Condivido anche i Suoi rilievi critici sulla gestione della scuola, e da parte dell’attuale ministro (il che credo implichi una responsabilità del governo), e da parte del gruppo di potere (sindacati, pedagogisti ‘di regime’, politici) che da anni gestisce la scuola nel nostro paese.

Insegno filosofia e storia in un liceo classico di Bergamo, dopo una varia trafila scolastica, prima come precario poi come docente di ruolo, anche nella scuola media. Nella mia scuola di oggi, ovviamente, non si verificano episodi quali quelli da Lei richiamati e, per altro verso, recentemente balzati all’attenzione della pubblica opinione. Ma un certo mutamento di clima anche da noi si verifica, soprattutto nel rapporto tra scolaresca e docenti, e in questo quadro il dato più evidente mi pare l’atteggiamento sostanzialmente remissivo da parte dell’amministrazione. Amministrazione che, in casi di conflitto (e i conflitti sono tendenzialmente tra scuola e genitori), sostanzialmente tende a colpevolizzare i docenti, addossando ad essi la responsabilità del cosiddetto ‘disagio’ scolastico. Tutta la normativa, d’altronde, è andata in questa direzione negli ultimi dieci-quindici anni, a partire dalla nefasta abolizione degli esami di riparazione fino al cosiddetto ‘Statuto dei diritti degli studenti’, che recentemente il ministero stesso ha dovuto emendare, perché in alcune sue parti oggettivamente in contrasto con l’esigenza di garantire una ordinata vita e disciplina nelle classi.

Mi par di ricordare che Lei si sia espresso criticamente, in tempi più o meno recenti, sulle modalità del reclutamento. Il reclutamento è materia assai delicata, e le recenti revisioni, coincidenti sostanzialmente con l’introduzione delle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario, la cui abilitazione ha sostituito quella tradizionalmente conseguita tramite concorso ordinario, non mi pare abbiano in misura decisiva – anche per la qualità intrinseca di queste scuole stesse – contribuito a sciogliere questo nodo, che è quello della qualità degli insegnanti. Né credo che la chiamata diretta dei dirigenti scolastici possa risolvere il problema.

Il nodo-scuola in Italia (insegno nella scuola da dieci anni) mi pare molto complicato. Cercherò di esporLe in sintesi l’idea che me ne son fatto.

Da molti anni il mondo politico non si cura seriamente della scuola. Il che implica che il sindacato in buona parte si sia sostituito allo Stato nella gestione della scuola, in presenza di provveditorati (ora Uffici scolastici provinciali) costantemente sotto organico, e anche caratterizzati da personale non particolarmente qualificato né edotto sul piano normativo. Il ministro, d’abitudine, conta poco, perché la macchina è talmente complessa, mastodontica (più di un milione di dipendenti), e complicata sotto il profilo normativo, che i veri padroni della scuola sono i burocrati ministeriali. Non so infatti rispetto a questi quale forza di contrasto sia in grado di esercitare un ministro, anche eventualmente bene intenzionato. Ma i burocrati ministeriali (intendo i vari direttori generali, e sono davvero tanti) sono dei tecnici, non dei politici. E dei tecnici – mi pare – fortemente sedotti dalle teoriche dei pedagogisti. I quali, a loro volta, si dividono in due famiglie: quella sedicente ‘laica’ e quella sedicente ‘cattolica’. Ma la scuola italiana, quella delineata dalla riforma Gentile, rifiutava apriori ogni impostazione di carattere psicopedagogico, privilegiando la libertà e la dignità dell’insegnante e il suo rapporto diretto con l’alunno, ossia con la classe. Si trattava di una scuola impostata sulle discipline. Il che voleva dire programmi svolti e verifica di questi da parte di una commissione esterna (l’unico possibile ‘esame di stato’). Il che garantiva rigore. Era una scuola ‘Statocentrica’, senza dubbio. Ma funzionava, e ha prodotto livelli di eccellenza. Poi il quadro sociale si è evoluto. Ora il gran problema è la cosiddetta ‘mortalità’ scolastica, e quindi la necessità di adeguarsi ai ‘parametri’ europei, e quindi il fatale abbassamento dei livelli.

Sotto il profilo dell’ordinamento, la novità degli ultimi quindici anni mi pare sia la cosiddetta ‘autonomia’. Il che vuol dire Piano dell’offerta formativa, da un lato (lo elabora il Collegio dei docenti, nei singoli istituti scolastici, e costituisce una sorta di vincolo normativo nei riguardi dell’‘utenza’), e Dirigente scolastico, dall’altro. In buona sostanza, la scuola è stata messa in mano ai dirigenti, che da presidi-funzionari sono diventati responsabili della scuola a tutti gli effetti. C’è stato un riconoscimento economico, senza dubbio, e la cosa mi pare doverosa. Ma questa autonomia si è tradotta in un effettivo ‘miglioramento del servizio’? In alcuni casi sì, ma questo solo laddove il dirigente è di eccezionale livello. E sono casi, me lo dice la mia dimestichezza con l’ambiente scolastico, assai rari, anzi rarissimi. La nostra scuola oggi non è in grado di produrre questi dirigenti, che infatti hanno di norma storie tutte particolari alle spalle. La normalità è un’altra. Il che rimanda, ancora una volta, al problema del reclutamento. Quali sono infatti le modalità del reclutamento dei dirigenti? E quale sostegno viene loro offerto dall’amministrazione, sia sotto il profilo formativo che sotto quello della consulenza nei casi di criticità della gestione scolastica? E chi guida l’amministrazione? E, anche qui, come avviene il reclutamento di quest’ultima, per quali canali, con quali modalità? E qual è l’effettivo grado di responsabilità rispetto all’andamento della scuola che questa amministrazione si assume o che ad essa viene attribuito, anche da parte dell’opionone pubblica? Consideri poi che per larga parte la scuola è ancora retta dai dirigenti e dall’amministrazione della stagione precedente l’autonomia. Queste le ragioni, mi pare, dell’attuale caos in cui versa la scuola.

Non vedo, nell’attuale panorama politico-parlamentare, soggetti capaci di metter mano a questo stato di cose. Si richiedono infatti considerevoli competenze tecniche, oltre che la capacità di guardare le cose dall’alto, senza interessi di parte o di bottega. Non mi pare casuale che Lei, che è uomo di cultura oltre che di Università, che è storico e buon conoscitore delle vicende d’Italia dell’ultimo sessantennio, si sia dovuto scomodare per fornire alcune, decisive, puntualizzazioni in merito.

Cordialmente,

Stefano Zappoli

 

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