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Libertà è ciò che mi va di fare?

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Quello che è accaduto nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con gente in fuga dal Nord per tornare nelle regioni meridionali in virtù del nuovo decreto del governo e le continue violazioni delle disposizioni governative (l’ultima poco dopo le parole di Winston Conte che mentre invitava tutti a stare a casa, le file notturne ai supermercati diventavano kilometriche) toglie un pochettino il velo di ipocrisia sotto il quale si vuole celare il concetto moderno di libertà e impone una riflessione non polemica, ma la più oggettiva possibile: libertà non significa fare quello che vogliamo fare. O almeno non è sempre così.

Ad esempio, prendersi la libertà di tornare al Sud dal Nord, in barba a decreti e protocolli sanitari, senza rendersi conto che così facendo non si sta scappando da un terremoto localizzato, ma si sta letteralmente portando il contagio laddove, almeno fino ad ora, era ancora abbastanza circoscritto e controllabile, significa guardare solo a se stessi senza tenere conto delle conseguenze sugli altri (spesso propri familiari…), salvo poi scoprire di essere passato da una zona rossa all’altra.

Insomma, si è scambiata la libertà con ciò che la contingenza (o la testa) ci dice che è meglio fare. “Mi va di fare l’apricena”, “mi piace stare con gli amici al bar”, “ho bisogno di fare quello che mi pare” e lo faccio. Non tenendo conto che la mia libertà ha dei limiti perché essa include dentro di sé il rispetto dell’altro (scappare dal Nord al Sud significa non solo mettere a repentaglio la salute degli altri, ma anche la propria, dato che aumentando i contagi non è detto che la sanità delle regioni meridionali regga…).

Non solo. Libero significa essere pienamente consapevole di scegliere anche delle regole che mi privano di qualcosa, quando al centro c’è la mia persona e la tutela dell’altro. Questo perché la libertà, quella vera, implica la relazione. Mette al centro me e l’altro, il bene mio e quello dell’altro. Io non sono mai separato dalla sorte dell’altro.

Eppure la società individualista di oggi dove ogni desiderio “deve” essere un diritto, sembra rifiutare categoricamente questa realtà. Quello che conta è il mio bene. Lo voglio, lo faccio. E chissenefrega degli altri.

Ora sono stati tutti bravi ad additare come “irresponsabili” (e lo sono) coloro che continuano a fare come meglio credono senza tenere conto delle regole. Ma quando il prossimo “desiderio” verrà rivendicato come diritto, saranno tutti bravi a riconoscerlo?

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