Premio Letterario Coppedè/6

L’incantesimo della fontana delle Rane nel fantasma di Emiliana

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Sabato mattina. Gaspare si era da poco trasferito dal nord per venire a vivere a Roma. Suo padre era architetto e sua madre impiegata di banca. Avevano lasciato una bella casa di campagna sulle colline di Trieste per traslocare in un appartamento in un quartiere fuori dagli schemi. Capiva perché a suo padre piaceva il quartiere Coppedè.

Qui Gaspare era immerso d’opere d’arte viventi che spiccavano con tanti stili d’arte diversi, suo padre gli aveva spiegato i termini "barocco", "romanico" e "bizantino", ma Gaspare non vedeva tutto ciò, se non con l’immaginazione di un bambino di sette anni, anzi gli metteva timore. Per esempio, c’era quel gargoyle grigio di pietra che gli sorrideva con i suoi denti grossi e poteva giurare che con il calar del sole gli spuntavano le ali da pipistrello gigante e si librava nella tenebre.

Sabato pomeriggio. Guardando dalla finestra, vide una bambina che si era messa seduta sul bordo della Fontana delle Rane a Piazza Mincio. Era vestita con un abito lungo fin sotto le ginocchia di velluto grigio chiaro, con fiocchetti bianchi di raso sulle spalle. Portava scarpe che sembravano da grande. Normalmente non guardava le ragazzine, gli interessava più giocare con i suoi amici a pallone ma, ora come ora, non aveva nessun compagno. Quella bambina alzò lo sguardo e lo fissò. Lui rimase completamente immobile, come quel gargoyle.

Lei gli fece un sorriso e con la mano lo invitò a scendere. Lui non sapeva bene cosa fare, però uscì di casa, e si augurò che diversamente dai nuovi compagni di classe farabutti lei, forse, gli sarebbe potuta diventare amica. Erano soli sulla Piazza. Era molto carina, con capelli lunghi ricci di un color nero corvino, occhi color nocciola e la sua pelle gli ricordava una fata. Si ricordava di aver visto una figura simile in un libro sulla mitologia in biblioteca. Era vestita fuori moda, però quell’abito le donava molto. Lui le disse il suo nome, ma lei non replicava. Aveva chiesto quanti anni aveva e lei con le dita gli indicò il numero sette. Lui capì che lei non voleva parlare.

Gaspare pensò a come poter comunicare con lei e poi gli venne un’idea. Lui fece con le mani il gesto di mettersi seduti. Si sedettero sul bordo della fontana, con l’acqua che sprigionava spruzzi di vapore fresco ed iniziò a comunicare con gesti. Ad un tratto, sembrò che lei stesse per cadere nell’acqua, così la prese per il braccio e la tirò a sé. Lei lo guardò in modo triste. Mai lui aveva visto una persona con un sguardo addolorato come lei in quel momento.

Lei ad un tratto mormorò: "Mi chiamo Emiliana". Gaspare disse "Allora tu parli!". Lei disse che parlava solo a persone speciali, a Gaspare veniva da ridere e chiese: "E io sarei speciale?". "Non sai quanto!", gli replicò, pesando ogni parola. Lui rifletté, poi disse: "Dai, basta con questi discorsi e andiamo a giocare!". Gli occhi di Emiliana s’erano illuminati al suono della parola "giocare". Lei quel pomeriggio gli indicò una dozzina di posti dove andare a nascondersi. Suoni di scarpe martellavano i marciapiedi e urli di gioia riempivano l’aria d’estate.

Quando si fece buio, Gaspare corse a casa per la cena dopo essersi lasciati con la promessa che l’indomani si sarebbero rivisti. A cena i suoi genitori gli chiesero con visi preoccupati con chi fosse stato. Avevano sentito degli schiamazzi, ma avevano visto solo lui correre da solo nella piazza e nei dintorni. "Bah, sapete, mi stavo solo sfogando", disse con aria sconsolata e se ne andò nella sua stanza. Mentre era a letto pensò a quanto tutto era strano, e poi i suoi occhi si chiusero sotto la mano di Morfeo.

Domenica pomeriggio. Quando vide Emiliana, lei semplicemente lo guardò e gli disse senza preamboli: "Sono un fantasma". Lui sbarrò gli occhi e, dopo, facendo spallucce, disse: "Tu sei un’amica, che sei anche un fantasma è solo una cosa secondaria". Emiliana gli chiese se aveva paura e lui scosse la testa, e allora Emiliana iniziò il suo racconto. "Io non posso andare via da questo quartiere perché ho perso una cosa e solo se un vero amico la ritrova e me la restituisce sarò libera". "Che cosa è questo oggetto?", chiese lui. "Un braccialetto" disse Emiliana.

"Una ragazza mi strappò il braccialetto e me lo buttò verso la fontana. Ho cercato dappertutto e non l’ho mai trovato. A quel punto, sono entrata nella fontana, dove sono scivolata sbattendo la testa e, di conseguenza, sono annegata". "Non preoccuparti, lo troverò io il braccialetto!" rispose Gaspare. Sapeva che doveva aspettare la notte per controllare, non poteva rischiare che i suoi genitori lo vedessero di giorno nella fontana.

Nel frattempo Gaspare ed Emiliana avevano giocato a nascondino, trafugandosi dietro altissimi fusti di pini, nicchie ricoperte di mosaici, piccole gallerie nascoste sotto lanterne per poi sedersi sulle panchine di travertino con i braccioli a forma di mezza conchiglia e sorseggiare acqua dalla fontana a scacchi bianchi e neri con due teste di leone ed una figura centrale di un uomo con una lunga barba.

Due mesi dopo. Doveva passare molto tempo prima che Gaspare riuscisse a trovare il momento giusto per uscire di notte. Scese con un amo e del filo. Si infilò nella fontana a piedi nudi, l’acqua era fresca anche se era estate. Controllò tutte le bocche delle rane della fontana, quelle all’esterno e quelle all’interno. Ad un tratto, notò che ne aveva saltata una.

Nella luce delle luna piena vide brillare la bocca della rana. Infilò il dito dentro e sentì qualcosa di metallo: era il braccialetto! Con l’amo e il filo riuscì a tirarlo fuori piano piano. "Emi! L’ ho trovato!" gridò Gaspare. Emiliana apparve e lui le mise il braccialetto. In quel momento lo attraversò un brivido, non sapeva se tremava per l’acqua fredda o per emozione. Emiliana fu avvolta da una luce calda e bianca, che non faceva male agli occhi. Poi il gargoyle spiegò le ali di pietra e sparì nelle pieghe della notte.

Il cancello con le sue punte ondulate di ferro si accese del colore delle fiamme, rosso, giallo e arancione. Sentì il fruscio dell’acqua che emanavano i remi dalla parete della Casa delle Fate, e nell’aria si sprigionò un profumo di rose, campanelle e gigli che lui aveva finora visti incisi nei palazzi. "Grazie! Vedi che sei speciale? Anche il quartiere lo sente, si è fatto vedere nella sua vera veste!", disse Emiliana, ma Gaspare replicò: "Ma tu te ne vai!" con voce roca di tristezza.

"Non ti lascerò mai solo", e gli prese le mani nelle sue. Erano calde, sicuramente non da fantasma. Emiliana si piegò in avanti e gli diede un bacio sulla guancia. Ad un tratto,  Emiliana e la sua luce non c’erano più e la notte gli piombò addosso. Raggiungendo la sua stanza, sprofondò la testa nel cuscino, piangendo. Non vide il gargoyle che lo guardava dalla finestra con tristezza.

Lunedì mattina. Gaspare uscì con cuor pesante. Sapeva che era inutile chiamarla, ma lo fece ugualmente. "Emiliana!" urlò. "Chi mi chiama?", rispose una voce. Lui si girò di scatto. Non aveva visto la ragazzina che stava dall’altra parte della fontana. Aveva jeans e una maglietta verde e il suo viso era quello di Emiliana.

"Scusa se ti guardo, ma tu assomigli ad una mia amica", disse Gaspare. "Mah... A me hanno dato questo nome che era della mia prozia che, poverina, morì proprio in questa fontana. Nonna mi dice che assomiglio molto a lei. A me sembra un nome da vecchia". "Per me no. Sappi che la mia migliore amica ha quel nome e, ti dirò, era davvero bella e simpatica" rispose Gaspare. "Davvero?" lei replicò. "Già!, Non è che…" Gaspare si fermò. Alzò la testa e la guardò per un momento e disse: "Ti va di giocare nascondino?".

Emiliana unì le mani insieme facendo un rumore fortissimo che fece sobbalzare Gaspare: "Scherzi, è il mio gioco preferito!". Mentre s’incamminavano insieme, Gaspare guardò il gargoyle e si fermò a sorridergli. La statuta gli fece una smorfia e Gaspare era sicurissimo che era un sorriso. Dopotutto lei aveva ragione, Coppedè era magica, come l’amicizia.

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