L’Italia cambia passo, ma ora deve volare

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L’Italia cambia passo, ma ora deve volare

L’Italia cambia passo, ma ora deve volare

08 Marzo 2015

Ieri il presidente del consiglio Renzi ha messo in fila gli obiettivi raggiunti dalla coalizione di Governo su lavoro, occupazione, fisco. Tanti di questi risultati – un esempio per tutti il superamento dell’articolo 18 – portano la firma di Ncd e sono il motivo per cui abbiamo sostenuto l’esecutivo, salvando l’Italia dalla Troika e da Grillo. Ma non è finita, bisogna rilanciare sulle politiche economiche intervenendo con maggiore determinazione sul costo del lavoro, che oggi rappresenta ancora un freno formidabile all’occupazione. Questo e altri limiti vanno superati di slancio come ricorda l’Economist nell’articolo che vi riproponiamo.

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Mentre gli occhi di molti erano puntati sulla Grecia, un altro Paese dell’Europa meridionale stava adottando un approccio molto diverso per sollevare la propria situazione economica. Il 20 febbraio scorso, la coalizione guidata da Matteo Renzi ha approvato due decreti dando attuazione al cuore di una riforma del lavoro che il parlamento aveva sostanzialmente approvato lo scorso anno.

Le misure puntano a colmare l’enorme divario nel mercato del lavoro italiano, tra gli outsiders, che sono in prevalenza giovani lavoratori con contratti a breve termine e scarse possibilità di accedere ai benefici del welfare, e gli insiders tutelati, generalmente più anziani, che godono sia della sicurezza del posto di lavoro sia della certezza di una pensione adeguata.

La riforma spazza via una matassa di contratti temporanei, sostituendoli con uno che offre progressivamente maggiori garanzie ai nuovi assunti, finché, dopo tre anni, si viene assunti a tempo indeterminato. Nello stesso tempo, la riforma mette fine al diritto di reintegro per i lavoratori che hanno avuto una sentenza di licenziamento illegittimo (questo diritto d’ora in poi sarà riservato essenzialmente alle vittime di discriminazione). Avranno, invece, un indennizzo.

Questa mossa fa decadere un articolo dello Statuto dei Lavoratori del 1970 che la sinistra considerava sacro. La determinazione di Matteo Renzi a occuparsene ha avvelenato i rapporti tra il presidente del consiglio e l’ampia minoranza interna al Partito Democratico. Ma la riforma crea anche un nuovo beneficio per la disoccupazione forzata: una indennità di disoccupazione fino a 1.300 euro della durata di due anni che però inizia a ridursi dopo quattro mesi. Alla fine dei due anni, il lavoratore disoccupato ha diritto a meno tutele.    

La riforma presenta dei limiti. Non riguarda i dipendenti pubblici, che in Italia è quasi impossibile mandare via. Si applica solo alle nuove assunzioni (anche se ci si accorgerà presto dei suoi effetti considerando che tanti italiani attualmente hanno contratti a breve termine). I sindacati la odiano ma i lavoratori, che otterranno forti incentivi a usare il nuovo contratto, sembrano averla accolta bene. Secondo Renzi “la parola diritti entra nel vocabolario di una generazione che fino adesso è stata esclusa”. Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha aggiunto che la riforma aiuterà a creare posti di lavoro e maggiore prosperità.

Si tratta di due cose estremamente necessarie. Il tasso di disoccupazione in Italia è al 12,9% ma nella classe di età compresa tra i 15 e i 29 anni sale al 42%. L’economia resta ostinatamente ferma, anche se la maggior parte delle previsioni indica una crescita intorno allo 0,6% nel 2015. La speranza è che la riforma possa alzare la produttività, ridurre la disoccupazione e incoraggiare gli investimenti, particolarmente quelli provenienti dall’estero.

Ci sono anche dei dubbi. Uno è se gli imprenditori inizieranno davvero ad assumere più liberamente. E visto che chi ha già un lavoro fisso se cambiasse occupazione potrebbe avere il nuovo tipo di contratto (dal suo punto di vista meno vantaggioso), c’è la possibilità che la riforma scoraggi la mobilità del lavoro.

La grande domanda è cosa accadrà dopo. I provvedimenti sul mercato del lavoro sono stati accelerati nell’agenda del Governo dallo scorso autunno solo quando è diventato chiaro che l’economia non era in fase di ripresa. La priorità di Renzi restano le riforme politiche e costituzionali, che il premier considera essenziali per avere un governo che decida e per realizzare le altre misure economiche che servono all’Italia. Sono in programma privatizzazioni e alcune liberalizzazioni. Ma se l’economia dovesse riprendersi tali riforme potrebbero essere messe di nuovo nel cassetto.

(Tratto da Economist)

Traduzione di RS