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La sfida della crescita

L’Italia di Monti uscirà dalla crisi solo se riformerà lavoro e fisco

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L’Italia è riuscita finalmente a girare l’angolo?

I mercati sembrano fiduciosi, nonostante l’enorme mole di debito pubblico accumulato nel tempo. Attualmente, il rendimento dei titoli di Stato italiani è al 4.9 % e lo spread con i bund tedeschi si è attestato a quota 300 punti base, rispetto a 400/500 dello scorso ottobre.

Dalla Banca centrale europea, Mario Draghi è riuscito a porre il freno alla mancanza di liquidità attraverso il rifinanziamento delle operazioni a lungo-termine. Il tecnocrate e public servant Mario Monti ha rapidamente affermato la sua autorità mediante un programma di consolidamento fiscale e di ambiziose riforme strutturali.

L’Italia si dirige verso un surplus di avanzo primario al lordo degli interessi, e gran parte degli economisti nutre notevoli speranze: la retta via della riduzione sostenibile del debito pare intrapresa.

Il problema del debito italiano è tuttavia esagerato perché confinato esclusivamente nell’alveo del settore pubblico. Se si comparasse il livello di debito complessivo dell’Italia con quello di Stati Uniti e Gran Bretagna, e se si considerasse il basso tasso d’indebitamento privato, avremmo dei dati completamente differenti.

Alla fine del decennio scorso, le passività ammontavano a quota 9.1% del patrimonio lordo di euro, mentre la ricchezza media per famiglia si attestava a quota 350.000 euro. Dati del genere fanno dell’Italia un paese benestante.

In questo senso, se si potessero aggregare i due debiti (pubblico e privato), il problema italiano diventerebbe assolutamente gestibile. Semmai è la tassazione una delle chiavi per poter analizzare la questione in termini più esaustivi e veritieri. Ed è anche una delle poche aree dove ha senso effettuare un confronto con la Grecia. Entrambi gli ordinamenti fiscali risultano pieni di distorsioni. Mentre la riscossione delle entrate appare in ambo i casi a dir poco inefficiente.

Nota a margine: non è una conicidenza che nei paesi in cui i contribuenti tentano in qualsiasi modo di non pagare le imposte, i governi finiscano col prendere in prestito troppo, tutto per erogare beni pubblici che le persone ormai definiscono come un proprio diritto. La distorsione che il sistema fiscale italiano produce racconta anche i bassi tassi di crescita italiani, l'ostacolo per una sostenuta riduzione del debito.

In questo senso, il confronto con il Giappone può esserci d'aiuto. Mentre l’Italia ha visto una crescita pro capite del suo prodotto interno negli ultimi dieci anni pari a zero, il Giappone è riuscito a far lievitare il Pil del paese, dallo scoppio della bolla speculativa del 1990, al ritmo dell’1 % annuo. Durante gli anni di Berlusconi, l’economia italiana ha subito ripercussioni molto più gravi rispetto al Giappone. Anche se Tokyo, durante quegli anni, è riuscita a sfruttare la contemporanea crescita economica in buona parte del pianeta. Crescita vero e proprio volano per l’esportazione dei prodotti nipponici.

Invece adesso l’Italia ed il resto dell’Europa meridionale saranno sottoposte per molti anni - presi nel giogo tedesco - a pesanti misure di austerità.

Tutti conoscono le endemiche cause della bassa, se non addirittura inesistente, crescita italiana: scarse nascite, eccessiva regolazione delle attività economiche, mercato del lavoro disfunzionale e costo del lavoro poco competitivo, settore pubblico inefficiente e fuga dei cervelli.

La cartina di tornasole del programma di Mario Monti potrebbe essere la riforma del mercato del lavoro, dove il potere di veto dei sindacati è fortissimo. Potere già in grado di bloccare le riforme proposte dai precedenti esecutivi. Esistono, tuttavia, interessi legittimi ovunque, non da ultimo quello degli italiani del Sud che costituiscono la maggioranza della forza lavoro nel settore pubblico. La riforma del comparto pubblico potrebbe imporre loro il trasferimento al settore privato ed un livello di paga più basso. Non si tratta di un particolare di poco conto.

Inoltre, in periodo di recessione, è legittimo chiedersi se ricette di questo genere possano ottenere l’appoggio del parlamento e dell’opinione pubblica.

Finora, Mario Monti ha ricevuto dagli italiani un ampio sostegno. Gli ottimisti pensano che in una società meno diseguale di Francia e Gran Bretagna, i giovani disoccupati italiani siano meno propensi alla rivolta perché nel profondo sud non esiste la percezione della solitudine. Noi non ne saremo così sicuri.

Ma dicevamo della ”ristretta finestra d’opportunità”. Le elezioni politiche si terranno fra solo un anno. Se il percorso di riforme intrapreso da Monti dovesse andare incontro al fallimento, fondato è il rischio di un mercato instabile in grado di rialzare il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni.

E cosa accadrebbe, invece, se il rendimento dei Btp tornassero alla normalità?

Si tratta di un quesito che potrebbe dimostrarsi fuori luogo perché i mercati, atavicamente, possiedono una forte propensione a torcere il collo agli economisti (ottimisti).

Tratto dal Financial Times

Traduzione di Eugenio Del Vecchio

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