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L’Ocse sulle pensioni: tempi troppo lunghi

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Le riforme delle pensioni in Italia hanno migliorato il sistema previdenziale ma i tempi per l'applicazione sono troppo lunghi. E' quanto afferma l'Ocse nel suo rapporto sulle pensioni pubblicato oggi nel quale sottolinea come il sistema contributivo introdotto dalla legge Dini nel 1995 vada a regime pienamente solo nel 2017.
L'Ocse si basa sulla legislazione attuale e quindi tiene conto sia dell'aumento dell'età per la pensione di anzianità nel 2008 prevista dalla legge Maroni (da 57 a 60 anni) sia della revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo prevista dalla legge Dini. L'Italia resta il paese Ocse con i contributi pensionistici più alti (il 32,7% della retribuzione fino al 2006 contro una media Ocse del 20%).

Ancora: secondo l'Ocse è necessario aumentare l'equità tra i lavoratori che vanno in pensione a età differenti prevedendo assegni più leggeri per chi si ritira prima e più pesanti per chi lascia il lavoro più tardi. Il Rapporto sottolinea come la maggior parte dei Paesi Ocse preveda il ritiro dal lavoro per gli uomini a 65 anni e come la Francia sia il Paese con l'età di pensionamento più bassa a 60 anni (per l'Italia dal 2008 i 60 anni per gli uomini scattano solo in caso di 35 anni di contributi con la pensione di anzianità). L'Ocse sottolinea anche come diversi Paesi come l'Australia, Belgio, Portogallo e Regno Unito stia riequilibrando le età di pensionamento tra uomini e donne mentre siano rimasti solo in quattro i Paesi (oltre l'Italia il Messico, la Polonia e la Svizzera) che prevedono di avere età diverse di ritiro tra uomini e donne anche nel lungo periodo.

Il rapporto dell'Ocse sulle pensioni pubblicato oggi è stato accettato dai paesi membri ad eccezione dell'Italia che ha espresso ''seri dubbi'' sull'adeguatezza dei dati e quindi sulla comparabilità dei risultati.  ''L'Italia pensa - si legge nel Rapporto - che le interpretazioni basate su questi dati possano essere fuorvianti''.

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