L'analisi

L’odio di chi condanna l’odio

1
2272

Parafrasando Clausewitz potremmo dire che le sardine sono la continuazione dei girotondi con altri mezzi.

E’ una semplificazione, certo, e come tutte le semplificazioni non dà conto di sfumature anche importanti, come le mutate condizioni storiche, il tono più sguaiato che ha pervaso la comunicazione politica, la sensibilità più diffusa sui temi dell’accoglienza e dell’esclusione, che ad alcuni sembrano essere precipitati in una zona molto pericolosa del discorso pubblico.

Però è un fatto incontrovertibile che dal 23 novembre 1993, quando il fantasma del Cavaliere Nero si materializzò a Casalecchio sul Reno manifestando la preferenza per Gianfranco Fini nel ballottaggio con Francesco Rutelli per il sindaco di Roma, il Fascismo si è saldamente installato nel campo avverso ai progressisti/ulivisti/democratici e non se ne è più andato. E con lui, le campagne di odio e di denigrazione, per il Nano, per il Grassone, per le Carfagne e per chiunque fosse vagamente collocabile nella zona che va dalla neutralità alla vicinanza con Berlusconi. E la successione dei movimenti, girotondi, popolo viola, se non ora quando, palasport (con l’incredibile episodio del fanciullo polpottizzato e odiante sul palco), tutti immancabilmente annunciati come risolutivi per il risveglio della sinistra, ma tutti monotematici (B= fascismo e telecrazia) e a zero proposte a parte l’arresto e o almeno l’esilio del Nano? Anni per niente facili da dimenticare, per chi li ha vissuti, da questa parte, e magari in contesti non proprio amichevoli.

E’ uno schema che è difficile non giudicare pigro e poco propositivo, ma che ha dalla sua “la lunga durata”: difatti non nasce propriamente neppure negli anni 90, ma risale alla contrapposizione classica con cui il movimento comunista internazionale per più di 70 anni ha schematizzato la sua lotta contro qualunque tipo di avversario gli si parasse davanti.

Lo schema conosce refresh e varianti, e sarebbe limitante attribuirlo esclusivamente alla sapiente elaborazione di una macchina “da guerra” propagandistica, tanto ormai è diventato una forma mentis e un riflesso condizionato. Il nucleo fondamentale, invariato, è che “il fascismo è alle porte”. Ovviamente è necessaria una certa indifferenza ai reali contenuti storico-politici del termine, e a nulla valgono decenni di studi, e meno che mai le cautele consigliate da Emilio Gentile in un bel libro recente, bypassatissimo a dire il meno.

Le varianti e i refresh riguardano le immagini e il corredo degli orrori ideologici che accompagna via via il demone principale: nel tempo si sono avvicendati il revisionismo socialista (i social-traditori), il capitalismo guerrafondaio, gli avversari della pace (sovietica). Dopo la caduta del muro e la fine della contrapposizione dei blocchi, allo schema ideologico netto se ne è venuto sostituendo uno più liquido: tutta la filiera delle fobie, con il loro carico di psichiatrizzazione del dissenso, tutta la gamma dell’opposizione ai dettami della società senza frontiere e senza limiti nei diritti individuali, con la criminalizzazione della difesa dell’identità nazionale e della concezione binaria della sessualità e della genitorialità. Criminalizzati in quanto tali, come veri e propri reati di opinione, non solo nei riguardi di comportamenti penalmente rilevanti, su cui ovviamente è necessario sempre intervenire.

Varianti importanti si possono registrare anche nelle liturgie dei cortei e dei flash mob, più o meno distesi e pacifici, più o meno ricchi di slogan trucidi, come i famigerati e mai del tutto dismessi appelli a Piazzale Loreto che pure oggi ogni tanto fanno capolino, tra un Salvini rovesciato e una Meloni a testa in giù. Anche l’esternazione di una organizzatrice delle sardine, di cui dà conto la stampa di destra, sembra far emergere, sotto il velame trendy da generazione Instagram, qualche tendenza horror a pii auspici di questo tipo.

C’è poi una variazione estremamente manipolatoria della narrazione, ed è quella che è stata descritta con precisione da Dino Cofrancesco (Per la sinistra l’avversario buono è quello morto): consiste nel cercare far dimenticare, attraverso un’operazione di manipolazione della memoria, la carica di odio e di deformazione propagandistica che si è utilizzata contro i nemici precedenti.

Il fatto che questa contrapposizione costantemente “ad personam” non sia molto propositiva non deve scandalizzarci più di tanto, dal momento che molte scelte politiche nascono in opposizione a qualcosa o qualcuno piuttosto che per qualcosa. Certo, può essere un problema per l’articolazione di una sana competizione politica basata su contenuti, che tutti preferiremmo, e soprattutto per chi a sinistra vede il suo campo scivolare costantemente nella contrapposizione liturgica e nell’immaturità democratica, come ha scritto severamente Luca Ricolfi: “La piazza spontanea di Bologna mi pare la cartina di tornasole di quel che è diventata la sinistra in Italia: un mondo in sonno, che si risveglia soltanto quando qualcuno agita lo spettro del fascismo, del razzismo, dell’antisemitismo. Per chi, come me, pensa che una vera sinistra avrebbe ancora qualcosa da dire e da proporre (ad esempio in materia di occupazione), è molto demoralizzante constatare che il mondo progressista non sia più capace di manifestare per qualcosa, ma solo per impedire ad altri di farlo. Un chiaro segnale di immaturità democratica”.

C’è invece un’osservazione che ci riguarda tutti e che, senza enfatizzare troppo, ci tocca però come tenuta complessiva della civiltà: il linguaggio che diventa sempre più contrapposto, con la carica di odio che da decenni è stata inoculata nel tessuto civile  del paese, l’attitudine comunicativa e mentale  per cui l’avversario è indegno di essere considerato come persona e può essere solo annichilito nel disprezzo e talora nell’auspicio di morte, è quello di cui abbiamo bisogno per crescere e per durare come comunità nazionale?

  •  
  •  

1 COMMENT

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here