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Le proteste

L’omertà dell’Italia sullo scempio alle statue di Colombo

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Già, inginocchiarsi è il simbolo del tempo odierno. I progressisti, gli alfieri del politicamente corretto anelano ad una politica d’Occidente che si abbassa, quando al contrario occorrerebbe ergersi e reagire in profondità,  anche di fronte alle storture, agli errori criminali come quello che ha portato alla morte di George Floyd. Una grande democrazia non si china, ma affronta, o quantomeno cerca di farlo, le tormente della storia. Invece siamo all’esaltazione della debolezza. E dell’omertà. Nella buriana di proteste dove l’arazzo della rivendicazione dei diritti civili si è staccato dalla parete, mostrando quel che c’è sotto, ossia violenza e furia oscurantista, non poteva che rimetterci Cristoforo Colombo. Bersaglio privilegiato del politicamente corretto, della polizia culturale che si è messa in testa di cannoneggiare a secoli di distanza storia, arte, letteratura, toponomastica. E, se nel primo Columbus Day dell’era Trump, già nel 2017 i monumenti di Colombo negli Stati Uniti venivano vandalizzati, ora vengono proprio distrutti. Accade a Richmond, dove una statua è stata divelta e gettata in un lago, e a Boston, dove è stata decapitata e il residuo verrà presto rimosso. Abbattuta poi una statua a Minneapolis. Un accanimento che si irradia anche al di qua dell’Atlantico, dove è stato deturpato un monumento a Galway, città costiera in Irlanda. In tutto questo, sorprende e sconcerta come dal governo italiano non si sia sollevata alcuna voce. Colombo rappresenta il mito della scoperta, del rischio, del viaggio.

E’ la metafora di un’Italia protesa al mondo attraverso il coraggio dei grandi navigatori. E’ espressione secolare dell’identità del nostro Paese, tanto che nel 1992, a 500 anni dalla scoperta dell’America, l’Italia avviò una grande campagna commemorativa che conquistò l’opinione pubblica. Oggi, di fronte allo scempio che si sta perpetrando ai danni di questa porzione di memoria storica italiana, gli attori istituzionali tacciono. Dal governo non arriva, almeno al momento, neanche una telefonata all’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. Ma a parte quello, nemmeno gesti più immediati, come un tweet, un’espressione di rammarico a difesa di una figura che ha sempre contributo ad avvicinare due popoli, il nostro e quello americano, e cementarne l’amicizia. La parata al Columbus day di New York ne è la felice dimostrazione, almeno fino a tre anni fa, quando la furia di censura storica ha dato il via, qui e là per gli Stati Uniti, alla pratica di approvare nei consigli comunali la soppressione della ricorrenza. Per sostituirla con una dedicata ai nativi americani. E dunque ci si riscopre così, spettatori del naufragio, inerti sulla riva come se la cosa non ci si riguardasse. Rigorosamente in ginocchio.

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