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Dopo il divieto di esporre il crocefisso

L’ultima da Strasburgo? Matrimonio gitano come quello civile

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Dopo la sentenza sulla rimozione dei crocefissi dalle scuole che ha scioccato l’Europa intera appena qualche settimana fa, la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo torna a far parlare di sé con le sue decisioni a dir poco sconcertanti. Con l’ultima sentenza ha attribuito a un matrimonio compiuto con rito gitano lo stesso valore di quello civile, creando non solo un danno consistente alle tasche dei cittadini (che dovranno pagare di tasca propria le conseguenze dell’equiparazione legale e i risarcimenti dello Stato) ma anche determinando un precedente giurisprudenziale che mette in dubbio le basi del nostro sistema di diritto: la legge.

Lo scorso 7 dicembre il tribunale di Strasburgo ha dato ragione a María Luisa Muñoz Díaz, detta “La Nena” (La bimba, ndr), una cittadina spagnola di etnia gitana che, nel 1971, si è sposata seguendo il rito della propria etnica di appartenenza, senza aver mai dato valore civile alla cerimonia e senza neanche essersi iscritta nel registro delle coppie di fatto. Dalla relazione col compagno sono nati sei figli, tutti regolarmente inclusi nel certificato di famiglia. Dopo più di trent’anni di rapporto, il convivente della Nena, di professione muratore, muore, e l’Instituto Nacional de la Seguridad Social (INSS) - il corrispettivo dell’italino Inps - le nega la pensione a cui hanno diritto le vedove. Dal punto di vista del diritto civile, la donna infatti non risulta a tutti gli effetti “coniuge” dell’uomo e neppure il partner di una coppia di fatto.

Con la sua decisione, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stravolto il concetto di matrimonio e ha condannato il governo spagnolo a pagare 75.412,56 euro. 5.412,56 euro di arretrati e niente meno che 70mila euro per il danno esistenziale causato dalla “discriminazione contro la sua persona”. Secondo Strasburgo, la giustizia spagnola ha violato l’articolo 14 della Convenzione Europea dei Diritti Umani sulla parità di diritti, discriminando la signora Muñoz Díaz per ragioni etniche. L’amministrazione spagnola sarebbe colpevole di non aver preso in considerazione “le specificità sociali e culturali della donna per valutare la sua buona fede” nel considerarsi una moglie a tutti gli effetti. “Agli occhi di Dio io sono sposata e sono sua moglie perché nella nostra comunità il nostro matrimonio è legale” ha rivendicato più volte la gitana di fronte alle televisioni di mezzo mondo. E la giustizia internazionale le ha dato pure ragione.

A Strasburgo non è importato che il Tribunale Superiore spagnolo avesse già stabilito che la coppia non ha voluto (non potuto!) formalizzare legalmente la propria unione, quando aveva la libertà di farlo. Nel 1971, sotto il regime franchista, l’unico matrimonio valido era quello con rito cattolico e le minoranze gitane non venivano ancora tutelate costituzionalmente. Da allora, però, è passata molta acqua sotto i ponti: non solo è stato istituito il matrimonio civile ma, nel 2007, è stato anche creato il Registro ufficiale delle coppie di fatto che riconosce alle coppie non sposate parità di diritti rispetto a quelle coniugate in alcune materie, tra cui quelle contributive. Il massimo organo di giustizia spagnolo, rifiutando tassativamente le accuse di discriminazione (“…è la forma del matrimonio e non la razza ciò che determina gli effetti legali dello stesso”) ha inoltre sottolineato che il rifiuto dell’INSS era fondato esclusivamente sul fatto che “lo status della coppia non si adattava alla legislazione vigente” e che, in effetti, non ci sono mai stati ostacoli nella legalizzazione formale del loro legame.

La questione ha aperto un vortice di polemiche non solo perché crea un precedente che potenzialmente interessa più di 14 milioni gitani presenti in Europa (e, quindi, le casse dei relativi governi) ma anche perché il riconoscimento legale di certi riti popolari comporta l’accettazione di usanze che vanno contro i valori occidentali. Molti lettori dei quotidiani spagnoli si domandano se, a questo punto, anche il matrimonio con rito zulù, celtico o inca possa essere riconosciuto come valido e parificato a quello civile o cattolico.

Alcuni aspetti della tipica cerimonia gitana suscitano delle perplessità anche perché sono in contrasto con certi principi essenziali alla base della nostra società. La sposa è spesso giovanissima, talvolta anche sui 14-15 anni. Il matrimonio poi non è legittimo se la ragazza non passa la “prova della purezza”: rinchiusa in una stanza e alla presenza di altre donne, la ajuntadora (la donna più vecchia tra gli invitati e spesso la madre dello sposo) introduce le dita avvolte da un panno bianco nella vagina della giovane e “controlla” la sua verginità. Se non sanguina, i due non si possono sposare. Se invece sporca il tessuto di sangue, l’anziana esce dalla stanza e lo esibisce agli invitati che danno così inizio alla festa, una celebrazione che può durare anche vari giorni.

Con questa sentenza, la Corte di Strasburgo giustifica di conseguenza anche questo tipo di pratiche e, riconoscendo il diritto delle minoranze etniche “ad essere trattate in modo diverso per favorire la loro integrazione sociale”, contribuisce a consolidare il filone della giurisprudenza sui diritti umani che invita ad  “adottare misure discriminatorie positive nei confronti delle minoranze presenti nei propri Paesi” (come si legge nella decisione).

Ma i primi a non condividere del tutto questa posizione sembrano essere proprio le minoranze. Juan de Dios Ramírez-Heredia, presidente dell’Unione dei gitani spagnoli, s’è affrettato a chiarire che la sua comunità si ritiene “vincolata dalle stesse leggi applicate al resto degli spagnoli” e ha chiesto ai membri della comunità stessa di accettare le leggi dello Stato, legalizzando le loro unioni iscrivendosi nei registri civili. Anche la “Nena”, all’uscita del tribunale di Strasburgo, ha consigliato ai gitanos di formalizzare i loro matrimoni. Peccato però che nel frattempo la donna intascherà 75mila euro, rigorosamente a spese dei contribuenti spagnoli. E chissà quanti altri gitani sparsi nel resto d’Europa d’ora in poi potrebbero seguire i suoi passi. 

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4 COMMENTS

  1. In molti paesini dell’Italia
    In molti paesini dell’Italia del Sud, cattolicissime donne erano costrette (non solo fino agli anni 80,ma in alcuni casi anche ora!) a inserire frattaglie di piccione nella propria vagina per simulare il sanguinamento. Il lenzuolo sporco viene esposto sul balcone per mostrare al vicinato la verginità della sposa. Inoltre,quando il trucco delle frattaglie è stato scoperto,molte ragazze hanno dovuto subire l’aberrazione di consumare il primo rapporto con il marito IN PRESENZA DELLA MADRE, che doveva constatare l’effettiva verginità. Prima di parlare dei gitani con le usanze non cattoliche, guardiamo alla puglia/calabria/sicilia dei giorni nostri,cattolicissimi,che è anche peggio!!!

  2. e quante storie per una
    e quante storie per una vedova che ha ricevuto una pensione
    porca miseria!!!
    ma quanto ci costera?
    meglio ammazzarli tutti i gitani, tanto che ci sei…
    incredibile che ti attacchi ai nostri valori occidentali, ipocrita!
    noi, in occidente, si é anche cristiani: la fratellanza, l’aiuto al povero e alla vedova, non cononsci? non c’era nel tuo catechismo?
    non sei cristiano? neanche umaniste?
    ma allora di quali valori parli?
    des colonialisme, dello schiavismo, dell’inquisizione, del fascismo?
    sono questi i valori che tu difendi?

  3. Più appropriato dire:
    Orribile ingiustizia: vedova sbadata riceve la pensione del marito. Contribuenti defraudati
    Fuor di metafora: ma non c’è da vergognarsi a scrivere articoli come questo?

  4. Io apprezzo l’articolo
    C’è da stupirsi del numero di idioti in mala fede che commentano negativamente articoli documentati e ben fatti come questo…se non vi sta bene, andatevene dall’Europa perchè siete la peste di questo continente

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