McCain e Hillary rafforzati dalle vittorie in S. Carolina e Nevada

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McCain e Hillary rafforzati dalle vittorie in S. Carolina e Nevada

21 Gennaio 2008

Ora che ha scacciato via i fantasmi del passato, John McCain (aspettando Giuliani) è davvero l’uomo da battere. Otto anni fa, la sua corsa verso la Casa Bianca si era fermata in South Carolina. A infliggergli la sconfitta era stato George W. Bush. I consiglieri dell’attuale presidente non si erano fatti scrupoli ad assestare colpi bassi al veterano del Vietnam, che prima dello stop in South Carolina era il frontrunner dei Repubblicani. Questa volta, è andata bene.

Il senatore dell’Arizona ha vinto di stretta misura (33 per cento dei voti per lui, 30 per Mike Huckabee), ma la sua campagna elettorale (dopo il successo in New Hampshire due settimane fa) sembra proprio aver preso la piega giusta. D’altro canto, sono in molti a ricordare che, dal 1980 ad oggi, il candidato del GOP risultato vincente in South Carolina ha sempre conquistato la nomination per la Casa Bianca. Per McCain, il successo in South Carolina (il primo Stato del Sud al voto nel processo elettorale delle primarie) ha il sapore della rivincita. “C’è voluto un po’ di tempo”, ha detto ai suoi sostenitori che lo acclamavano, “ma cosa volete che siano 8 anni tra vecchi amici”.

Una vittoria conquistata grazie al suo “appeal personale”, è l’opinione del commentatore politico della CNN, Bill Schneider. Più raffinata l’analisi del voto nel day after da parte di Jay Cost per RealClearPolitics.com. Come in Iowa, l’ex predicatore battista Mike Huckabee ha attratto il voto evangelico – il 55 per cento dell’elettorato della South Carolina – ma questa volta non è bastato. Innanzitutto, perché una parte di quell’elettorato cristiano conservatore ha votato Fred Thompson (arrivato terzo e, dunque, sempre più vicino all’uscita di scena dopo i magri risultati dei primi test elettorali). Huckabee si conferma sì l’alfiere degli strong conservatives, ma non riesce ad allargare la sua base di consenso. Handicap che potrebbe rivelarsi esiziale per le sue aspirazioni presidenziali. Il “trasversale” McCain, invece, ha conquistato il voto di una parte dei conservatori doc, ma soprattutto quello dei repubblicani moderati e degli indipendenti. Il senatore, inoltre, ha preso molti voti tra i repubblicani delusi dall’amministrazione Bush (nei giorni scorsi, McCain ha espresso riserve sul piano annunciato dal presidente per rivitalizzare l’economia americana). Nota di cronaca: le primarie in South Carolina hanno regalato momenti di tensione quando si è sparsa la notizia che alcune macchinette per il conteggio delle schede erano andate in tilt. Una defaillance che ha subito fatto tornare alla mente il caos della Florida, nella sfida Bush-Gore del 2000. McCain ha chiesto che venisse ritardata la chiusura dei seggi. La richiesta non è stata accolta. Ma il risultato gli ha arriso comunque.

E sorride anche Hillary Clinton, che in Nevada ha prevalso nettamente su Barack Obama (51 a 45 per cento dei suffragi, anche se per un complicato calcolo di ripartizione ottiene un delegato in meno di Obama), nonostante gli ultimi sondaggi mostrassero una sostanziale parità. All’analisi del voto, la senatrice di New York ha più di un motivo per gioire. Dopo la grande paura per lo smacco in Iowa, Hillary conferma la riconquista del voto femminile e, in più, allarga il consenso tra l’elettorato cattolico. La sua vittoria si spiega, però, soprattutto con il consenso massiccio ottenuto tra i Latinos, gli ispano americani, che in Nevada rappresentano il 15 per cento degli elettori. Barack Obama si consola con la vittoria schiacciante conseguita tra gli afro-americani (quasi l’80 per cento ha votato per il senatore dell’Illinois). Questo dato fa ben sperare Obama per il prossimo appuntamento, la South Carolina (26 gennaio) dove gli afro-americani sono quasi la metà dell’elettorato democratico. I em>caucuses in Nevada sono stati preceduti da continui botta e risposta tra i due senatori democratici, che hanno arroventato il clima, preoccupando l’establishment del partito dell’Asinello. Prima, lo scontro ha riguardato l’eredità di Martin Luther King e il ruolo del presidente Johnson per i diritti civili dei neri d’America. Quindi, Hillary ha accusato Obama – rispolverando sue vecchie dichiarazioni quando era senatore dello Stato dell’Illinois – di essere contro il gioco d’azzardo. Una bestemmia in Nevada, la cui ricchezza (anzi, esistenza) si riassume in un solo nome: Las Vegas. Dal canto suo, Obama ha ricevuto l’appoggio del Culinary Workers Union, ovvero il potente sindacato dei camerieri e cuochi di Las Vegas (60 mila aderenti). Il senatore afro-americano è riuscito a far allestire dei seggi elettorali nei casinò per permettere ai suoi sostenitori di votarlo, anche in un giorno di lavoro quale è ovviamente il sabato a Sin City. Hillary, non si è data per vinta e ha chiesto ai tesserati del sindacato di votare secondo coscienza. Ultima polemica prima del voto: le dichiarazioni di Obama su Ronald Reagan. Il senatore dell’Illinois, intervistato da un giornale di Reno (la seconda città del Nevada) ha lodato Reagan per il suo ottimismo e la sua chiarezza. Hillary gli ha risposto acida: “Nel partito Democratico, non c’è alcuna nostalgia per Ronald Reagan”.

In Nevada, si sono tenuti anche i caucuses repubblicani. Una competizione di importanza minore per il Grand Old Party tanto da essere snobbata dai principali candidati. Ha vinto Mitt Romney con un rotondo 51 per cento, mentre secondo, lontanissimo, è arrivato il parlamentare texano libertario Ron Paul con il 14 per cento. Il mormone Romney ha ottenuto il 94 per cento tra gli elettori che professano la sua stessa fede. Uno score che gli ha garantito il successo: in Nevada, infatti, i mormoni costituiscono il 25 per cento dei Repubblicani chiamati alle urne. La vittoria in Nevada,
dopo quella in Michigan (significativa) e Wyoming (simbolica), mantiene Romney in corsa. Anche perché con il Supertuesday alle porte (5 febbraio) sarà fondamentale avere soldi da spendere per gli spot televisivi. Nessun candidato, infatti, potrà coprire 22 Stati con comizi e incontri elettorali. Radio e tv saranno perciò gli strumenti privilegiati per raggiungere gli elettori. Gli spot costano salati. Ma a Romney  –  in questo è in vantaggio su McCain – non mancano certo i fondi da cui attingere.

Intanto, per gli elettori di entrambe i partiti, l’economia diventa sempre più la top issue delle presidenziali, seguita dall’immigrazione e, solo al terzo posto, dalla guerra in Iraq. Il fattore economy, specie con lo spettro della recessione all’orizzonte, potrebbe avvantaggiare proprio i vincitori del Nevada e della South Carolina. Hillary gode di rendita grazie al marito: gli anni della presidenza Clinton sono stati tra i più floridi per l’economia statunitense dal secondo dopoguerra ad oggi. La storia non si ripete, è vero, ma molti Democratici sperano nel bis. Di McCain viene, invece, apprezzata la franchezza – in un periodo nel quale molti fanno facili promesse – e le sue storiche battaglie contro gli sprechi. “Come Repubblicano”, ha dichiarato in un comizio in South Carolina, “mi presento a voi con imbarazzo. Imbarazzo per aver lasciato che la spesa andasse fuori controllo”.