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Le nuove regole del pareggio di bilancio

Meno “spesa facile” e più liberismo per una politica economica vincente

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Il tempo delle rigide regole di bilancio è arrivato per l'Europa. I paesi che hanno siglato il Patto Euro Plus si sono impegnati ad introdurre, all'interno delle loro legislazioni nazionali, regole sufficientemente vincolanti e durature, nel tentativo di ridurre l'ammontare dei loro giganteschi debiti pubblici e contrastare il rischio di produrre nuovi deficit. Secondo questo patto, gli stati membri saranno liberi di decidere quale veicolo legislativo utilizzare, nonostante il patto stesso imponga che, in ogni caso, gli stati debbano raggiungere un forte grado di disciplina fiscale, sia a livello nazionale che sub-nazionale.

Anche l'Italia si appresta ad entrare nel club dei paesi che utilizzano le regole di bilancio nella propria Costituzione. In questi giorni, infatti, il Parlamento sta discutendo la nuova riforma costituzionale che, tra le altre cose, ha l'obiettivo di riscrivere il contenuto dell'articolo 81, e grazie alla quale il Belpaese spera finalmente di trovare la giusta direzione per uscire dal suo annoso problema relativo alla sostenibilità del proprio debito pubblico, che ha portato l'economia ad un rapporto debito/PIL pari al 119%. Ma se l'obiettivo finale è perfettamente condiviso tra i vari schieramenti, una unanimità sul modus in cui l'obiettivo dovrà essere raggiunto ancora non esiste.

Da una parte, il centro-destra è intenzionato a supportare una versione particolarmente restrittiva della regola di bilancio, basata sull'antica idea del bilancio minimale introdotta da Adam Smith, la quale non prevede eccezioni al divieto d'indebitamento. Dall'altra, il centro-sinistra è più favorevole ad una regola "keynesiana" che renderebbe possibile per il governo effettuare delle politiche anticicliche. La distanza tra le due posizioni si riferisce anche al ruolo che parlamento e governo devono giocare nella gestione delle cosiddette situazioni eccezionali, come un terremoto o una forte recessione. In particolare, non è chiaro chi debba dichiarare quando una situazione è da considerarsi "critica" e, di conseguenza, ammettere un certo ricorso al debito. Qualcuno può facilmente comprendere come la decisione circa il "chi fa che cosa" ha un impatto fondamentale sul delicato equilibrio esistente tra potere esecutivo e legislativo, specialmente in una nazione a vocazione parlamentare come l'Italia.

La storia della finanza pubblica italiana non è certamente un buon esempio da imitare. Per molti anni, i governi che si sono succeduti al potere, rappresentazione degli interessi del famoso pentapartito, hanno speso al di sopra delle loro capacità nei settori più inefficienti della pubblica amministrazione. I baby-pensionati, una delle cause del gigantesco debito pubblico accumulatosi nel tempo, rappresentano uno dei peggiori esempi di cattive politiche intraprese dai governi durante la Prima Repubblica.

Per tutti questi motivi, l'Italia dovrebbe adottare una regola di bilancio particolarmente restrittiva, al fine di limitare, per quanto possibile, l'incentivo del governo ad intraprendere politiche fiscali temporalmente inconsistenti. Siglando questo "Patto d'Ulisse", il governo italiano si vincolerebbe nelle proprie decisioni fiscali e metterebbe dei tappi nelle orecchie dei propri ministri, affinché essi non si lascino tentare dal canto delle sirene della spesa facile. Questo impegno verrebbe particolarmente apprezzato dalla Commissione Europea, che lo prenderebbe come un segnale di forte volontà per evitare altre rovinose politiche fiscali, come quelle intraprese negli scorsi decenni.

Sarebbe inoltre apprezzato dai mercati finanziari, che lo vedrebbero come un forte deterrente all'emissione di nuovo debito pubblico e, infine, convincerebbe i traders che è nuovamente tempo di scommettere sulla riuscita del sistema Italia. Se, al contrario, l'Italia dovesse optare per la soluzione keynesiana "good times-bad times", correrebbe il rischio di essere colpita dagli effetti negativi dei cicli politici, dove i governi aumentano la spesa pubblica in prossimità delle elezioni lasciando al governo successivo l'onere dell'aggiustamento. L'idea che si può spendere nei periodi "cattivi", con la scusa che qualcuno recupererà i soldi in quelli "buoni" è una cantilena che abbiamo già sentito troppe volte. In Italia ha creato solo danni. E' importante quindi lasciarla da parte e scrivere un testo di netta imposizione liberista, per evitare di cadere nella tipica trappola italiana esemplificata dalla metafora del Gattopardo: "se vogliamo che le cose rimangano uguali, è necessario che tutto cambi".

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2 COMMENTS

  1. un’italia liberista? sarebbe la soluzione a molti problemi
    Bah la sinistra non è neanche keynesiana.
    Se lo fosse avrebbe significativamente diminuito il debito nei periodi in cui ha governato che sono coincisi con periodi di crescita internazionale.
    Invece non ha fatto quasi nulla, nonostante le tante svendite di beni dello stato a privati esteri e non.
    La sinistra ricorda keynes solo quando fa comodo: ma in realtà non fa altro che aumentare la spesa in ogni tempo e stagione. Altro che misure anticicliche.
    Soprattutto in un paese come l’Italia in cui la spesa pubblica finisce sempre per ingrassare politici e furbi, l’unica soluzione è avere politiche all’insegna del liberismo e dello stato minimo.

  2. Ripresa economica dell’italia
    Leggo molti commenti sull’argomento, ma nessuno propone azioni su come fare ripartire l’economia vera e cioè creare posti di lavoro in aziende che producano per vendere anche all’estero. Ormai tutto o quasi arriva dai paesi che poco tempo fa erano senza industrie, ora le hanno e costano meno.
    Non abbiamo industrie con una tecnologia tale che difficilmente possa essere copiata, quindi??
    Avevamo una Montedison leader della chimica in europa l’hanno svenduta.
    Tra poco svenderanno anche la Finmeccanica, navi, aerei, elicotteri, radar, motori.
    Solo il lavoro (quello vero non quello di Prodi) può fare ricchezza per ripartire.
    Spero di leggere qualche proposta, ma la vedo dura.

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