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Milano ha bisogno di un progetto insieme funzionale e di qualità estetica

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Le ultime battute, proprio all’inizio della soglia estiva, sulla Expo milanese del 2015, dopo la riuscita convocazione degli “stati generali” - cioè degli esponenti più vari della società civile milanese - fatta da Roberto Formigoni, sono state di Stefano Boeri e di Claudio De Albertis.

Boeri è un ormai affermato studioso e organizzatore di urbanistica e architettura, con anche qualche progetto – pur non strepitoso- di edificio realizzato alle sue spalle, che ha assunto di fatto il ruolo di coordinatore di un pool di architetti di fama internazionale affiancando la So.ge guidata da Lucio Stanca nel preparare l’esposizione. Boeri è un intelligente lettore dell’urbanistica milanese, la sua idea di circondare il capoluogo lombardo con una cintura di verde è eccellente. E’ stato scelto anche per la sua influenza sull’opinione colta di sinistra milanese anche se il puntare su di lui è costato agli organizzatori dell’Expo l’odio perenne di Vittorio Gregotti, che è ormai roso da una superbia (sempre meno giustificata dai suoi recenti mediocri risultati) così invincibile da aggredire qualsiasi avvenimento che non lo veda protagonista. Nel caso in questione l’antico architetto, guru dei salotti gauchisti, è arrivato a chiedere addirittura la sospensione della manifestazione.

Boeri comunque, non confindando – con qualche buona motivazione – nelle sue doti di progettista, ha insistito a spiegare che la prossima Expo non dovrà puntare sulla magnificenza architettonica, padiglioni e progetti dovranno essere minimalisti, l’attrazione dovrà poggiare essenzialmente su interventi urbanistici di consolidamento del verde milanese e sull’offerta scientifica dell’esposizione.

De Albertis, erede di una solida famiglia di costruttori e moderno, intelligente rappresentante di questa categoria di imprenditori, prima a Milano poi in campo nazionale, ha polemizzato sia pure indirettamente e senza toni eccitati con Boeri. Come è pensabile un’Expo – si è chiesto questo esponente del mondo dell’edilizia - senza sperimentazione anche architettonica? Perché Milano che ha così bisogno di essere continuamente ridefinita da interventi modernizzanti deve rinunciare a nuovi esemplari di architettura d’avanguardia? Perché si demonizza un’attività così fondamentale come quella di costruire e ricostruire le città?

In particolare De Albertis ha spiegato che se anche non si vogliono costruire padiglioni straordinariamente d’avanguardia, si utilizzi almeno l’Expo per attrezzare opere di prestigio anche nell’immagine nel campo trasportistico e viabilistico. In particolare circola l’idea – sostenuta dall’assessore all’urbanistica di Palazzo Marino, Carlo Masseroli - di riqualificare il sistema ferroviario milanese (quello dedicato alle merci) ai fini di mobilità urbana.

La città di Ambrogio è stata percorsa nella sua lunga età industriale (dalla seconda metà dell’Ottocento a quasi alla fine del Novecento) da un innervamento di binari che servivano ad approvvigonare un rilevante sistema di aziende estremamemnte affamate di materie prime ed energetiche di tutti i tipi. Questi nervi della città industriale vanno ripensati per le esigenze di quella postindustriale e ridisegnati. Anche con trovate architettoniche. Chi visita New York non manca di imbattersi in sopraelevate ferroviarie, stazioncine, tunnel che sono diventati incantevoli luoghi di incontro quando non post moderni centri di nuovi commerci ricchi di valore aggiunto. Anche con non molti soldi, anche mobilitando capitali privati, un progetto insieme funzionale e di qualità estetica può (e deve) essere realizzato per la prossima esposizione. De Albertis ha perfettamente ragione.

Prendendo spunto dai temi di architettura sollevati, vorrei ricordare la memoria di Guido Canella, spentosi mercoledì 2 settembre, che è l’ultimo grande architetto di una generazione fantastica, quella dei Franco Albini, degli Aldo Rossi, dei Marco Zanuso, dei Vico Magistretti, dei Piero Bottoni. Una covata che ha dato fama mondiale a Milano. In particolare Canella era il più brillante degli allievi di quell’Ernesto Rogers che seppe saldare la linea modernista dell’architettura novecentesca all’attenzione al contesto storico milanese. Modernità e contesto: quanto è attuale l’impegno a coniugare questi due termini. Che bisogno c’è della ripresa di una vague di progettisti che si sperimentino su questa linea. Anche a questa esigenza dovrebbe rispondere l’Expo.

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