Milano sta combattendo la decadenza delle Istituzioni con l’innovazione

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Milano sta combattendo la decadenza delle Istituzioni con l’innovazione

07 Giugno 2009

 “Il Sole 24 ore” ha maliziosamente usato l’anticipazione di un capitolo del libro (la peste di Milano, Feltrinelli) di un suo giovane giornalista di talento, Marco Alfieri, per scrivere di processi di romanizzazione di Milano. Alfieri è un professionista capace, cresciuto al Riformista, fornito di qualche strumento in più rispetto ai suoi colleghi nell’analisi della realtà. Spesso pungente, quasi mai banale. Le tesi che sostiene nel suo nuovo libro (la mancanza di un progetto, il peso delle lobby e così via) non sono originali ma sono svolte con una certa brillantezza, con citazioni di persone spesso intelligenti.

Il risultato complessivo non mi convince. A parte un giudizio intelligente e in parte coraggioso sul riformismo milanese di matrice craxiana, finisce per essere la solita inchiesta tipo Statera o Maltese. Un po’ di informazioni sprezzemolate, qualche giudizio snobistico-nostalgico, un qualche sapore dell’ambiente, ma niente “ciccia”.

Di Milano si può fare una storia “strutturale”, in questo senso Aldo Bonomi per esempio ha dato più di qualche idea, riflettendo approfonditamente sulla fine dell’industrializzazione degli anni Settanta, sulla nuova terziarizzazione, sulle connessioni e sconnessioni con le reti della catteaniana città Lombardia (Milano, Varese, Como su su fino a Sondrio, giù fino a Piacenza. A ovest fino a Novara) o sulla cosiddetta città infinita (da Torino a Trieste), sui nuovi percorsi nazionali e globali. Persino Giorgio Bocca in qualche suo libro, aveva registrato questi processi, sia pure immersi nel suo cupo pessimismo.

Ma ci deve essere un “tanto” di profondità. Quando si parla, per esempio, di Mediobanca, non si possono raccogliere solo i pettegolezzi di un semiprotagonista un po’ opaco come Matteo Arpe: è indispensabile riflettere sia sul compromesso politico tra Dc e grande Borghesia dopo il 1945, sia sul tipo di capitalismo a trazione oligarchica che ne nasce. Ragionando su questo schema, invece che sui pettegolezzi, si potrebbe persino arrivare a scoprire che la Mediobanca più “liberale”, più in sintonia con il “nuovo capitalismo” è quella in parte disprezzata dei giorni nostri.

Se invece che sugli elementi della “struttura” si vuol ragionare sulle soggettività milanesi, allora bisogna inquadrarle più precisamente. Alfieri naturalmente cita Francesco Saverio Borrelli nel racconto della Milano più recente, ma un po’ di sfuggita. Invece non si può capire niente della politica milanese degli ultimi venti anni senza un’analisi del circuito mediatico-giudiziario che ha cercato di dominarla sia pure senza riuscire a prevalere. La riflessione sugli Adolfo Beria d’Argentine, i Gerardo D’Ambrosio, i Gherardo Colombo, gli Armando Spataro, gli Edmondo Bruti Liberati, sul loro principale interlocutore per lunghi decisivi periodi, l’avvocato Federico Stella. Quella sui Grevi, i Biondani, i Colonnello, i Ferrarella, le Milella che hanno materializzato il formidabile “circuito” è molto pià decisiva di qualunque disputa su Forza Italia, Ds e così via.

Nel descrivere le grandi difficoltà architettonico-urbanistiche della Milano non si può citare quasi lateralmente Vittorio Gregotti parlando della Bicocca: il vecchio allievo non riuscito di Enresto Rogers è uno dei responsabili decisivi della crisi del grande movimento moderno che aveva fatto raggiungere l’eccellenza alla città per tutto il Novecento. Ne è il responsabile perfetto perché assomma in sé sia le pulsioni agli affari del Capitale milanese sia la vena nichilistica del Sessantotto. Perché sceglie soluzioni assai discutibili ma le copre con il supporto ideologico dell’estremismo snobistico: sostenuto per lungo tempo sia dalle guardie bianche sia dalle guardie rosse.

Assai discutibili sono poi singoli giudizi di Alfieri sul sistema degli ospedali e della ricerca medica milanese. Ossessionato dalla lotta alla supremazia ciellina, non vede una realtà rigogliosa che certo può essere nei singoli elementi criticata ma nel suo insieme è un fattore di successo della città.

Stravagante è poi il giudizio sull’operazione Fiera a Rho-Pero. Dopo avere giustamente criticato la scelta dell’espansione fatta con il polo cultural-universitario della Bicocca perché non scelse la via del Sempione che è quella che merita di essere oggi incrementata, poi si raccolgono le polemiche contro l’operazione polo Rho-Pero fatte da un intelligente e colto architetto, Sergio Brenna, però sperduto in un estremismo senza rimedio, sulla vecchia e la nuova Fiera. Quando invece si doveva immediatamente comprendere proprio la qualità urbanistica (in asse con il Sempione) del “nuovo polo”.

Ma la polemica è troppo attenta alla brillantezza più che alla coerenza dell’analisi, e così finisce che si affastellino i giudizi di uno dei più intelligenti ispiratori della urbanistica tognoliana, volta ad accompagnare uno sviluppo moderno, Giuseppe Longhi, con quelli di Giuseppe Boatti, difensore di una pianificazione urbanistica dirigistica e nemico di quella tognolian-longhiana.

Un’analisi più mirata a scoppiettanti effetti di polemica che alla profondità del reale, porta così a sostenere di fatto la tesi di un declino di Milano. Mentre si è in presenza di fenomeni di decadenza delle istituzioni, di alcuni settori della cultura e della politica, ma anche di un tumultuoso emergere di innovazione, cioè il contrario di ogni declino.

La parte “decadente” di Milano guarirà quando si saprà svolgere un’analisi sul nuovo, che avanza impetuosamente, capace di collegarsi a quel vecchio che ancora vale e deve essere la base su cui costruire. E’ un peccato che Alfieri dia a questo sforzo solo limitati contributi.