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La buona battaglia

“Noi non indietreggeremo”: a Ruini per i novant’anni di un combattente

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Frasi di circostanza, roboanti o zuccherose, di maniera. Spesso gli anniversari importanti si riempiono di parole del genere alle quali però lei, Eminenza, è sempre stato refrattario. Meglio, molto meglio gli auguri asciutti, disciplinati, e magari con una punta di sana ironia, perché saggio è non prendersi mai troppo sul serio, tanto più quando alle spalle si ha una vita molto “seria”, ingombra di decisioni importanti, di atti di governo importanti, di impulsi spirituali, pastorali e culturali importanti.

Alla tappa dei suoi 90 anni lei approda con mente lucidissima e a tratti fulminante. E con un passato così ricco da essere impossibile da racchiudere in queste righe. Tuttavia, pochi forse si ricordano che lei sbucò senza preavviso, a metà degli anni Ottanta, dalle laboriose e feconde retrovie diocesane. Lei – uomo, vescovo e cardinale poi della metropoli – conosce bene la provincia minuta. Sapeva e sa com’è fatta l’Italia reale. E questo le consente, ancora oggi, di avere un fiuto particolare sul Paese concreto. E così essere come un faro che svetta solitario, tutt’uno con il promontorio roccioso su cui si aggrappa, a illuminare con fasci di luce continua e coerente ogni orizzonte, col mare tranquillo o in tempesta. Sul Ruini-faro si può sempre contare. Non ti abbandona né ti tradisce. Scandaglia, interpreta, lumeggia – con curiosità e sapienza, con una lucida intelligenza che mai si adegua ai cliché, con il gusto semmai del contromano – le vicende della società e della Chiesa.

«Noi non indietreggeremo» disse in un momento epico della vita nazionale, ai funerali cioè delle vittime di Nassiriya. No, non sta indietreggiando neppure ora, spaventato di nulla, sereno nelle ragioni della fede, tetragono di fronte tanto alle lusinghe, quanto alle impertinenze. La fede, si diceva. Ecco non si capisce nulla di lei, neppure del famoso «Ruini politico», se la si estrae dall’impianto trascendente. E dalla vita di pietà.

La storia dirà di lei. Nel frattempo, non ho presente alcuno di quanti con lei hanno collaborato da vicino che non sia stato avvinto dalla sua statura intellettuale e morale, dal suo rispetto sincero per l’altro, dalla sua disciplina della parola, dalla sua attitudine a cogliere i profili come le connessioni, dalla sua affidabilità di rapporto e dal suo senso di amicizia sempre leale e – quando il caso − riconoscente. Dalla simpatia che con vivezza di sguardo sfodera nelle relazioni interpersonali.

Un grande, Ruini? Sì, per me lo è stato. Lo si capisce oggi dalla sua vecchiaia come – volendo − lo si capiva bene anche ieri, quando era al comando. Ma si poteva capirlo al meglio proprio a partire dai rapporti che sapeva tessere. «Questo è il vero Ruini?». Così chiosavano, non senza sorpresa, quanti la avvicinavano di persona, dopo magari aver discettato e scritto per anni in vario modo di lei, spiazzati da una qualità dell’incontro e da uno spessore della relazione, che scombinavano i pregiudizi e costringevano a riformulare i giudizi.

Un augurio? Di continuare come ha sempre fatto: guardando, con la sua proverbiale intelligenza, più al presente e al futuro che al passato. Dio sa se ne abbiamo bisogno.

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