Nomade incinta picchiata, ha perso il bimbo. Fermato un 23enne torinese
13 Giugno 2010
di Redazione
Nel suo letto di ospedale non piange, ma chiede giustizia la nomade ventottene che, picchiata con una mazza da baseball, ha perso il bambino che ancora portava in grembo. Adesso, con l’accusa di procurato aborto preterintenzionale, in carcere, in stato di fermo, c’è un torinese di 23 anni, conosciuto alla polizia come ultra della Juventus, già in passato destinatario di Daspo, i divieti di assistere a manifestazioni sportive per aver avuto comportamenti violenti.
È lui, secondo il racconto della donna, ad averla inseguita per strada mentre chiedeva l’elemosina insieme alla sorella e ad una cugina, e ad averla colpita con un bastone, forse la mazza da baseball che gli uomini del commissariato Mirafiori diretto da Michele Capobianco, hanno sequestrato a casa del ragazzo. "Era come un pazzo – raccontano la cugina e la sorella della giovane nomade – di quelli che vanno ad ammazzare la gente, di quelli assatanati che vedono solo sangue".
Le tre donne venerdì stavano chiedendo l’elemosina nella zona sud di Torino, vicino al mercato di via Nitti, anche suonando i campanelli dei palazzi della zona, tra cui quello in cui vive il giovane fermato. Si sarebbe prima affacciato alla finestra e, quando ha capito che erano delle nomadi ad aver suonato il campanello, le avrebbe insultato. Poi le avrebbe raggiunte in strada, inveendo contro di loro, colpendo quindi con la mazza da baseball la nomade incinta all’8° mese. "Temevo che volessero rubare nelle case", si è difeso il ragazzo negando però di aver fatto uso della mazza da baseball e ammettendo però qualche spintone a due delle donne, ma non alla nomade incinta.
"All’improvviso è arrivato con una mazza e mi ha tirato colpo qui che mi ha fatto tanto male", ha raccontato invece lei nel suo letto di ospedale, indicandosi il fianco sinistro. Dopo l’aggressione la giovane nomade è tornata al campo, in via dell’Aeroporto, ma si è sentita male ed è ricorsa alle cure dell’ospedale Maria Vittoria. Ai medici è bastato il tracciato dei primi esame per capire che il piccolo che la donna aveva in grembo non era più in vita: avrebbe dovuto nascere tra un mese. Più complicato per ora, invece, capire se a procurarle l’aborto siano stati i colpi inferti o se il processo di perdita del bambino fosse già in atto: gli accertamenti dovranno ora stabilirlo e, in base a questo, potrebbe anche cambiare la posizione del fermato.
