“Non è un paese per vecchi” è davvero il film dell’anno

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

“Non è un paese per vecchi” è davvero il film dell’anno

05 Marzo 2008

I fratelli Coen dirigono un film basato su un romanzo di Cormac McCharty. Un autore che già da solo è molto più di un partito. Letteratura e cinema, quando si incontrano, spesso diventano mero incrocio di linguaggi, il risultato, buono o cattivo che sia, resta un film “tratto da”, adattamenti, interpretazioni libere, ma di seconda mano. E quando poi a metterci le grinfie sopra i romanzi sono cineasti come Ethan e Joel Coen, veri e propri autori cinematografici, maestri nella capacità di raccontare come sia grottesca la tragedia e come scivoli superficiale la banalità del male, del dolore, il dubbio che ti viene, il dubbio che viene a te, maledetto macchartista, è che dovrai assistere allo scempio della tua immaginazione.

Sai benissimo quando lo leggi il tuo McCharty, che dentro quelle trecento pagine non ci sarà nulla, proprio nulla su cui poter indulgere nel sogghignare sarcastico; ci sarà probabilmente da perdersi e da vivere disorientamenti morali tratteggiati a penna solo perché i libri non si scrivono più da un pezzo sulla pietra, ma cosa c’entrano i fratelli Coen? E un’altra cosa: sì, romanzi come “La strada” (Einaudi, 2007, pagg. 218) sono tra i pochi capolavori della letteratura del nostro tempo, ma tu resti legato al western di “Cavalli Selvaggi” (Einaudi, 1996, pagg. 299) e sei consapevole che “Non è un paese per vecchi” (Einaudi, 2006, pagg. 251) ha uno spazio tutto suo nella produzione del maestro di Rhode Island. Ma ti basta vedere Josh Brolin nei panni di Moss, per capire che la scelta azzeccata di Tommy Lee Jones nei panni del vecchio sceriffo Bell no, non è un caso. E quando Chigurh prende le fattezze fricchettone di Javier Bardem, ti dici che non poteva che essere così l’assassino fantasma. E non è male neanche Woody Harrelson nei panni di Carson Wells. I Coen ci regalano uno dei migliori romanzi cinematografici che sia dato ricordare in anni, facendo fare alla loro cifra stilistica un passo indietro rispetto al libro e al suo autore. E il libro è rispettato meticolosamente, nei dialoghi, nella trama, non fosse per alcuni passaggi (peraltro sublimi) del romanzo, laddove McCharty si abbandona a delle vere e proprie lettere di commiato dal mondo attraverso le memorie dello sceriffo, un uomo oramai “terzo” rispetto al mondo là fuori, sconfitto non da qualcosa o qualcuno, ma dall’età delle cose.  Ma tant’è tali capacità espressive (per fortuna) sono ancora e solo ad appannaggio della carta stampata.

La storia è quella di un cacciatore texano, Moss, che si imbatte in una valigetta contenente due milioni di dollari, lasciata all’interno di un teatro che è perfetta rappresentazione di morte. Trafficanti di eroina trucidati teatralmente. Moss deciderà di portare via i soldi, finendo così nella scia dei trafficanti e del misterioso sicario Chigurh che quei soldi deve recuperare, condannando così tutti coloro che sono entrati nella sua scia di fuggitivo. Lo sceriffo Bell sa bene, per aver potuto constatare le mosse dell’assassino, che ciò che Moss si è scatenato contro non è qualcosa con cui venire a patti.

La ricorsa finale a due, tra l’assassino e lo sceriffo a chi prende prima Moss è un thriller psicologico, delicato e appassionante, dove McCharty e i fratelli Coen (la sensibilità espressiva nel film raggiunge lo stesso risultato) inchiodano lettore e spettatore di fronte alla consapevolezza della ineluttabilità del destino, del già scritto che sono le nostre vite, in una rappresentazione perfetta di quanto indifesi si sia al cospetto dell’eterna battaglia tra bene e male.

I Coen con “Non è un paese per vecchi” vincono quattro Oscar, come miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura non originale, contribuendo a mettere in luce Javier Bardem, primo attore spagnolo a vincere un Oscar come migliore attore non protagonista, ma soprattutto dimostrano una maturità artistica che va oltre le eleganti rappresentazioni sardoniche del male che hanno caratterizzato il meglio della loro produzione (Fargo – 1996 ; L’uomo che non c’era – 2001) o la maestria tarantiniana delle violent exploitation presente anche in questo film. Per McCharty, dopo il premio Pulitzer, siamo alla celebrazione.

Il fatto che lo scrittore eremita venga oggi acclamato come uno dei maggiori scrittori viventi, lui un autore che nella sua carriera non è mai venuto a compromessi con il nichilismo di maniera, che sia proprio lui che ha sempre messo al centro della sua ricerca l’uomo e i suoi conflitti spirituali ad esser finito sotto i riflettori, non può che essere letto come il segno, questo sì, di una inversione di tendenza nella battaglia culturale che oppone i valori tradizionali delle nostre società occidentali a tendenze disarticolatrici così di moda. E tutto questo non può che essere un bel film.