Non saranno le stragi di mafia né le escort di Bari a far cadere il Cav.

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Non saranno le stragi di mafia né le escort di Bari a far cadere il Cav.

10 Settembre 2009

Gaspare Spatuzza, “pentito di mafia” e Giampaolo Tarantini possono far cadere il governo? Secondo Repubblica e il Corriere evidentemente sì, tanto che dei verbali dei due – l’uno “pentito” a Palermo, l’altro torrenziale imputato a Bari – fanno l’asse portante di una evidente strategia che punta alle dimissioni di Berlusconi. Strategia non nuova, che però ha un piccolo difetto: è già passato il 25 luglio, è già passato l’otto settembre – due date evocate dal mondo che sta dietro le due testate – e la storia non si è ripetuta. E’ solo successo che la farsa si è sostituita al dramma.

Senza fantasia infatti, questa manovra destabilizzatrice verso Berlusconi ha sempre lo stesso ispiratore – D’Alema – sempre la stessa dinamica da corrida – infiacchire, ferire, devastare la persona del premier per poi “matarlo”, sempre gli stessi comprimari (De Benedetti e la galassia proprietaria del Corriere), sempre lo stesso ruolo principe affidato da una magistratura militante che pretende di governare la politica, ma non ha più possibilità di successo. Oggi, a differenza del 1994-95, mancano infatti due elementi perché l’eliminazione di Berlusconi per via giudiziaria possa avere successo: la complicità ai limiti dell’eversione costituzionale del Capo dello Stato e un’opposizione forte.

Delle accuse basate sui verbali di Tarantini al premier si sa tutto e non tediamo quindi il lettore con l’elenco – con accluse fotografie – delle stupende donne che sarebbero transitate per via del Plebiscito (una visione che suscita negli elettori se li conosciamo bene – più invidia che riprovazione). L’unica cosa che sempre più è chiara è che Berlusconi non  è minimamente sospettato di avere compiuto dei reati. Più interessanti –perché ormai oltre il delirio – sono le ipotesi di reato contro Berlusconi su cui – si dice e lo dice lo stesso Berlusconi – starebbero lavorando le procure di Palermo e Milano.

In sostanza, secondo la versione di tale Gaspare Spatuzza, le stragi di via Amelio in cui morì il giudice Borsellino e anche quella dei Georgofili del ’93, furono conseguenza di un mancato accordo tra mafia e “politica”. Lo stato comatoso della giustizia italiana e il protagonismo politico delle due Procure è tale che i magistrati non rispettano due principi fondamentali: è indecente dare credito ad un “pentito” dopo ben 17 anni dai fatti; e se lo si fa si ha una concezione intollerabile delle indagini giudiziarie. E’ poi ancora più indecente non tener conto del fatto che nel periodo in esame – se mai “trattativa tra mafia e politica” vi fu – questa non fu certamente condotta né da Berlusconi né da Dell’Utri che a tutto pensavano, tranne che alla discesa in campo. Vi è poi una terza indecenza implicita in questa inchiesta ed è il “mascariamento” che tocca non solo Berlusconi, ma anche Nicola Mancino e il generale Mori, che di quella oscura trattativa sono in egual misura accusati.

Ma – anche – in questo mascariamento vi è la ragione di una delle principali debolezze della strategia destabilizzante – e per converso della forza di Berlusconi – perché Giorgio Napolitano è uomo d’onore e oltre a non aver nessuna intenzione di favorire – come Oscar Luigi Scalfaro –  quei complotti di palazzo che portarono alla caduta Berlusconi nel 1995, non ha nessuna intenzione di lasciar massacrare due galantuomini come Mancino e Mori solo per favorire i “teoremi” dei magistrati e il loro dalemiano impiego in politica.

Ma quel che più non convince nelle tesi catastrofiste, negli scenari da “fine impero romano d’oriente” che D’Alema prefigura (dando prova di immensa ignoranza, perché quella fu una caduta grandiosa, senza intrighi, senza escort e con l’imperatore eroicamente ucciso con le armi in mano) è l’assoluta mancanza del ruolo dell’opposizione.

Magistratura e giornali molto possono, ma non agire dentro il Palazzo. Nel 1994 l’opposizione era forte e tosta, non era ancora schifata da sé stessa, e aveva ancora grande capacità d’attrazione nei confronti di larga parte del mondo imprenditoriale. D’Alema poté così capitalizzare le manovre della magistratura e dei giornali e separare Bossi da Berlusconi, segnando la fine del governo.

Oggi, invece, come nota acutamente Panebianco sul Corriere, l’opposizione è semplicemente “inesistente”, non solo, lo stesso D’Alema è sull’orlo del baratro e rischia di morire della stessa arma giudiziaria che sino ad oggi a maneggiato incautamente contro Berlusconi. L’inchiesta di Bari, infatti tocca tutto il gruppo di potere dalemiano in Puglia, getta schizzi di fango su tutti i fiduciari personali di D’Alema e soprattutto vede un Pd tragicamente diviso al suo interno proprio a Bari.

Il sindaco Emiliano, infatti – ex procuratore a Bari – da sostenitore di D’Alema è diventato suo principale antagonista nella città e nella regione e quindi i colpi delle rivelazioni di Tarantini sui dalemiani pugliesi – che usavano le escort non come le avrebbe usate Berlusconi “agratis”, ma pagandole con contratti Asl allo stesso Tarantini – non trovano un partito locale compatto a farvi argine, ma un gruppo dirigente locale del Pd dilaniato, per di più col principale avversario di D’Alema con eccellenti relazioni personali con la Procura.

Ben più di una caduta o una crisi del governo Berlusconi, sarebbe bene dunque che i giornali si occupassero di un ben strano fenomeno: Emiliano è l’ultimo tra i più stretti supporter di D’Alema ad essere trattato a pesci in faccia dal lìder maximo e da lui – di fatto – costretto all’inimicizia. L’elenco è lungo negli anni e di impressionante forza: Bassolino, Zani, Folena, Minniti sono i quattro generali che D’Alema ha sobillato contro sé stesso, e a loro si possono aggiungere anche gli sherpa, Finocchiaro, Soda e Sabatini che hanno fatto la stessa fine (o sono da D’Alema addirittura eliminati dalla scena politica). Velardi e Rondolino hanno avuto percorsi diversi (hanno preferito gloriose carriere “sul mercato”) ma crisi nel rapporto con D’Alema assolutamente simili.

I fiduciosi cultori del “25 luglio” prossimo venturo, però, non si limitano a applaudire alle Procure, contano anche molto sul disgregamento interno del Pdl e vedono negli attriti tra Berlusconi e Fini la vera battaglia tra Gog e Magog, segnale certo dell’Apocalisse di Arcore.

Ma di nuovo sbagliano. Lo scontro – al calor bianco – tra i due fondatori del Pdl è tutto e solo sui contenuti, non sulle poltrone ed è quindi chiarissimo per gli elettori, come per i militanti (e dovrebbe esserlo anche per gli avversari). Non c’è la riproposizione del clima malmostoso del 2001-2006, delle crisi sotterranee e dei colpi sotto la cintura che ebbero in Follini un eccellente regista (alla Jago). Ci sono idee radicalmente diverse, non sul partito, non sulle cariche, non sulle candidature, non sul sottogoverno, ma su temi dilanianti come l’immigrazione e la bioetica.

Fini ha aperto, con coraggio, una battaglia politica chiarissima su posizioni divergenti da quelle di Berlusconi (o dei berlusconiani) e della Lega. Dinamica dura ma apertissima, il cuore della politica. Antidoto ad una crisi della maggioranza e non certo virus.

Se Franceschini e Bersani avessero il coraggio di ripetere questo scontro (sempre latente, sempre sopito, su questi come su altri temi) dentro il Pd, ora che chiedono al loro popolo di essere scelti, l’opposizione ne guadagnerebbe immensamente ed “esisterebbe”. Ma purtroppo non lo faranno mai.