Non si scherza con il voto dei cittadini
10 Ottobre 2007
di Redazione
Le elezioni
sono una cosa seria. Non è un caso se godono di una ampia e motivata tutela
nella Costituzione repubblicana nonché nei codici penale e civile. Sarà anche
vero che la democrazia non comincia e non finisce con le elezioni, ma senza quelle certamente non vive a lungo. Per questo
la spregiudicatezza e la sciatteria con
cui in questi ultimi tempi, la sinistra e il sindacato stanno ricorrendo alle
più disparate forme di consultazioni popolari ci pare piuttosto pericolosa.
Il Partito
Democratico ha le sue primarie, il sindacato il suo referendum nelle fabbriche,
mettiamoci pure il finto referendum di Capanna sugli Ogm e quello “autogestito”
su pensioni e flessibilità del no-global rifondatore Francesco Caruso e ci
vuole poco per capire che la situazione è grave e non è seria.
Tanto più se
queste consultazioni, convocate in nome della partecipazione e della
trasparenza, diventano subito ricettacolo di brogli, manovre vischiose e
reciproche accuse tra parti e candidati.
Rosy Bindi avverte
che “il peccato originale” del broglio elettorale alligna anche nella
rispettabilissima famiglia di centro-sinistra e lo stesso giorno i giornali si
divertono a pizzicare “operai” che votano in tre o quattro seggi, per non
parlare dei seggi di Capanna dove si vota senza neppure presentare il
documento. Aggiungiamo che tutti questi nuovi fans della (finta) chiamata alle
urne sono gli stessi che hanno irriso alle accuse di brogli del centro-destra
nelle ultime (vere) elezioni e non hanno consentito quelle indagini che sono
state decisive in casi come il Messico o la Florida.
Tutto questo
non è di alcun aiuto alla fiducia dei cittadini verso il meccanismo democratico
già così logorato. Anzi questo sgangherato ricorso al voto popolare per
legittimare decisioni che la politica non riesce a prendere da sé sola mette a
repentaglio la regola base di ogni democrazia, quella della rappresentanza. E
insieme rende abbagliante l’evidenza di una classe politica incapace di
assumersi responsabilità dirette e percorre invece la strada vertiginosa di una
delega inversa, dall’alto verso il basso.
Nel caso del
referendum sindacale tutto questo è visibilissimo. Da un lato si butta sull’indistinta categoria degli “operai”
il peso di una scelta che non si è avuto il coraggio di sostenere apertamente,
ma con dubbi e riserve; dall’altro – quello dei politici – si aspetta il via
libera della base per mostrare muscoli che non si hanno.
I sindacati dovrebbero
consultare i loro iscritti, non “gli operai”. Questo ovviamente se l’iscrizione
al sindacato fosse una cosa seria, che comporta diritti e doveri e non una
procedura burocratica tipo silenzio-assenso. Ma parleremmo di un altro paese.
Lo stesso
vale per le primarie del Pd, mille miglia lontane dalle complesse e
sorvegliatissime procedure di registrazione previste dalle primarie americane.
A questo proposito basterebbe ricordare il piccolo dettaglio della sparizione
dei 4 milioni di schede del 2005.
Tutti questi
giochini non sono inoffensivi. Fanno più danni di tutta l’antipolitica vera o
presunta messa insieme in questi ultimi mesi. Perché tolgono sacralità e valore
all’unica risorsa rimasta ai cittadini per credere che tutto sommato le guerre
civili non servono.
