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Caos invece di pace e sicurezza

Nubi di guerra sul Caucaso: la strategia fallimentare di Vladimir Putin

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Secondo uno dei miti più imponenti di cui la macchina propagandistica di Vladimir Putin si è resa responsabile, durante i suoi dieci anni di governo sulla Russia l’ex presidente e attualmente primo ministro sarebbe riuscito a “pacificare” il nord del Caucaso. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Noi tutti in questi giorni siamo testimoni dell’inizio di una nuova guerra nella regione, la terza in quindici anni dopo i due conflitti ceceni del 1994 e del 1999.

C’è stato l’attentato del 22 giugno al presidente dell’Inguscezia Yunus-Bek Yevkurov, ci sono stati i recenti omicidi delle operatrici umanitarie cecene, Natalia Estemirova e Zarema Sadulaeva, e l’attentato della scorsa settimana a Nazran che ha ucciso decine di persone e ne ha mutilate centinaia. A questi si aggiungano i pressoché quotidiani tentati omicidi ai danni delle forze di polizia nel Dagestan: secondo il ministero dell’Interno della repubblica della Federazione Russa ci sarebbero stati ben 128 tentati omicidi nei confronti di rappresentanti delle forze dell’ordine solo dall’inizio di quest’anno. Senza contare i continui rapimenti fatti registrare in Cecenia: il centro per la difesa dei diritti umani Memorial ha documentato, soltanto nei mesi tra gennaio e giugno, 74 rapimenti e 16 uccisioni di cittadini ceceni. E questa non è che una lista ridotta del sangue versato nel Caucaso settentrionale negli ultimi mesi.

Le ragioni per le quali la “pacificazione” della regione non è riuscita sono molteplici. Vladimir Putin ha commesso un errore fatale quando si è messo cinicamente d’accordo con i clan più influenti nel nord del Caucaso per mantenere la regione sotto il formale controllo di Mosca: denaro federale e assegni in bianco illegali a leader locali, spesso criminali e corrotti, in cambio di appoggio e fedeltà personale durante le cosiddette elezioni. Il risultato di questi accordi è che le leggi della Federazione Russa non si applicano più al Caucaso settentrionale, governato ormai da regimi sempre più oppressivi.

Stando a un recente rapporto presentato da Human Rights Watch, le autorità cecene praticano omicidi extragiudiziali e bruciano abitazioni ai danni dei parenti dei presunti ribelli. I funzionari di Memorial e altri attivisti per la difesa dei diritti umani mettono in evidenza la costante sorveglianza delle loro attività da parte delle autorità locali. Prima di essere sequestrata, Natalia Estemirova (che per Memorial aveva lavorato) stava indagando proprio sulle “sparizioni” di persone in Cecenia.

Nel frattempo, il leader ceceno Ramzan Kadyrov, installato da Mosca, amico di Putin ed ex ribelle separatista, ha costruito intorno a se stesso un autentico culto della personalità sin dalla sua ascesa al potere nel 2007. Da quelle parti Mosca continua a foraggiare i governi regionali con cifre tra il 70 e il 90 per cento delle entrate, ma nonostante ciò non è riuscita a estendere al Caucaso il mandato della legge russa.

Un’altra importante ragione del fallimento del Cremlino nel Caucaso sta nell’eliminazione delle procedure democratiche. “Elezioni” nelle quali Mr. Putin e il suo partito raccolgono il cento per cento delle preferenze su un’affluenza al voto del cento per cento in Cecenia, Inguscezia e Dagestan non sono che una regressione ai tempi sovietici. Di fatto, hanno lasciato i cittadini senza alcuna autentica influenza sui propri governi. E la caparbia insistenza del Cremlino nel conservare alla presidenza dell’Inguscezia l’ex generale de KGB Murat Zyazikov nonostante la fortissima opposizione locale ha senza dubbio contribuito notevolmente al recente riacutizzarsi delle violenze nella regione.

E alla fine il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud (incoraggiata dai separatisti del Caucaso settentrionale) dopo il conflitto georgiano dello scorso anno potrebbe tornare a perseguitare Mosca. Con un’azione del genere, Putin e il suo successore al Cremlino, Dmitry Medvedev, hanno messo in bella evidenza quanto minacce e ricatti possano risultare adeguati al conseguimento degli obiettivi dei separatisti. Se e quando il governo federale, storpiato dalla crisi economica, metterà fine al suo generoso flusso di denaro verso le tasche delle corrotte élite del Caucaso settentrionale, la Cecenia, l’Inguscezia e le altre repubbliche del Caucaso russo potrebbero cedere alla tentazione di seguire l’esempio dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud.

La più importante lezione da trarre dalle recenti tragedie è senza dubbio che il cinismo, la brutalità e la propaganda non risolveranno gli autentici problemi politici, economici e di sicurezza del Caucaso settentrionale. Problemi che possono essere risolti soltanto con politiche oneste basate sull’aderenza alla legge, sulla democrazia e sul rispetto dei diritti del cittadino.

© The Wall Street Journal
Traduzione Andrea Di Nino

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