“Nuova legge elettorale? A patto che non serva per un ribaltone”

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“Nuova legge elettorale? A patto che non serva per un ribaltone”

05 Novembre 2010

"Si può anche discutere, ma se la legge elettorale diventa il grimaldello per portare al governo gli sconfitti, allora se la vedano Bocchino, Violante e company". Gaetano Quagliariello vicepresidente vicario dei senatori del Pdl bolla così le prove di un’eventuale intesa del Terzo polo sulle riforme e sulla bozza di una nuova legge elettorale.

Chiude, quindi, a ogni eventuale dibattito sul merito?

"Io credo che si possa discutere sulla razionalizzazione di questa legge. In tre modi: ridiscutendo il premio di maggioranza, unificando le soglie, e rivedendo le circoscrizioni. Con collegi più piccoli, infatti, si accorcerebbero anche le liste e si creerebbe un maggior contatto tra territorio e candidato".

Ma il Terzo polo pensa addirittura al secondo turno…

"Dico subito che non c’è governo al di fuori di questo. Non esistono esecutivi tecnici perché le leggi elettorali non le fanno i governi, ma i parlamenti. Nel caso ipotizzato, poi, mi pare una soluzione pasticciata perché proietta all`interno di una nuova legge elettorale la stessa polarizzazione di una coalizione pastrocchio come quella che ha sostenuto Prodi. A qualcuno, infatti, offre il doppio turno, a qualcun altro un po’ di proporzionale e ad altri ancora un pizzico di diritto di tribuna".

C’è chi reclama il ritorno dei proporzionale. E’ una strada percorribile?

"Innanzitutto la legge elettorale non è un’urgenza. Penso che su questo tema in Italia si sia investito troppo. Nel ’19 si voleva fare la rivoluzione giolittiana con la proporzionale per poi finire per imputarle la colpa sulla nascita del fascismo; nel ’53 per un premio di maggioranza sono state fatte le barricate e si è parlato di "legge truffa"; infine negli Anni 80 si riteneva che la causa di tutti i mali fossero le preferenze, e oggi, magari, sono gli stessi che sostengono che non c’è democrazia se non vengono rimesse le preferenze. Vede, le leggi elettorali sono importanti ma sono strumenti, e come tali empirici e approssimativi e che, quindi, si dovrebbero adattare al momento storico e al contesto istituzionale".

Per l’opposizione il momento storico c’è, ma il Pdl frena…

"Se in questo contesto l’opposizione avesse coscienza potrebbe dire: mettiamo mano alle riforme, modifichiamo il sistema di governo, correggiamo il bipolarismo e poi vediamo se la legge elettorale deve cambiare o meno. Fatto a freddo, invece, è un atto non solo di mera convenienza di parte ma anche dissennato. Di fronte alla crisi dei maggiori partiti, infatti, si corre il rischio che il sistema politico si possa frammentare in un pluripartitismo a valenza locale. Per questa ragione dico, oltretutto in mancanza di una elezione diretta, che il premio di maggioranza resta l’unico punto di riferimento".

Ma al Senato i problemi restano, come se ne esce?

"Quello del Senato, infatti, è un problema pressante".

Ma in sede di discussione preliminare all’approvazione della vigente normativa si sostenne il rischio incostituzionalità di un sistema per Palazzo Madama analogo a quello di Montecitorio, oggi sarebbe uguale o no?…

"Ma non ci fu pronuncia di incostituzionalità. Ci fu solo un’interpretazione di parte della dottrina costituzionale. E credo che su quel versante si possa insistere e trovare una soluzione".

Di fatto, però, per questa legge si elencano solo difetti. Al punto che molti chiedono a gran voce anche il ripristino delle preferenze. Cosa ne pensa?

"Mi pare un dibattito per molti versi fasullo. Perché sono sempre i partiti a selezionare a monte le candidature. Basta vedere, ad esempio, quanti deputati e senatori siano stati eletti nelle regioni rosse senza nemmeno conoscere il territorio, e comprendere pienamente tutta la strumentalità di questa polemica. E, infatti, le preferenze non ci sono in nessun paese europeo".

Tratto da La Stampa©