Obama ai cattolici: “Siate dei fari”. Fini ai credenti: “Non fatevi vedere”

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Obama ai cattolici: “Siate dei fari”. Fini ai credenti: “Non fatevi vedere”

19 Maggio 2009

Leggendo il discorso che Barack Obama ha pronunciato domenica scorsa nell’Università cattolica di Notre Dame nell’Indiana, viene spontaneo il paragone con la battuta pronunciata da Gianfranco Fini in un liceo di Monopoli.

Entrambi hanno affrontato il tema del rapporto tra religione e politica davanti a una platea di studenti, ma le somiglianze si fermano qui poiché il contesto e l’occasione erano mille miglia lontani. Eppure l’impressione che, sullo stesso tema, uno abbia fatto sul serio e l’altro abbia giocato rimane.

Nel suo discorso Obama ha fatto al meglio ciò di cui è capace: ha infuso anima, passione, carisma, storia personale, in un argomento – l’aborto – bruciante e divisivo per l’opinione pubblica americana. Così facendo lo ha smussato, levigato e reso quasi carezzevole alle orecchie sia dei “pro-choice” che dei “pro-life”. Non ha nascosto gli elementi inconciliabili della questione, non ha messo d’accordo gli uni e gli altri, ma ha cercato di impostare la discussione su un piano più alto, invocando il rispetto per le idee di tutti. In questo modo Obama è uscito indenne da una prova difficile e ha lasciato una traccia per il proseguire del dibattito.

Fini ha pronunciato una mezza frase, buttata lì tra mille altre considerazioni ma studiata per dir qualcosa senza dire troppo: “Il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso”. Una frase insieme banale e ambigua che infatti ha prodotto titoloni esagerati, come quello del La Stampa di oggi, “La fede fuori dalle Camere”, o palesi sottovalutazioni come sul Corriere, dove in prima pagina la polemica diventa un trafiletto.

Ma, fatto il pieno di applausi dall’opposizione e di mugugni dalla maggioranza (con qualche incrocio bipartisan, tipo Binetti e Della Vedova) il contributo del presidente della Camera è fatuo e autoreferenziale nel migliore dei casi e sbagliato, molto sbagliato nel peggiore.

Cosa dice infatti Fini in una lettura banale della sua frase? I precetti religiosi e le leggi di uno stato laico sono cose diverse. O secondo la vulgata più diffusa, i peccati non sono necessariamente reati. Ma la versione letterale di quando detto dal presidente della Camera implica qualcosa di più e sostiene che il Parlamento, cioè i parlamentari che lo compongono, i legislatori, nel fare le leggi non devono farsi orientare da precetti di tipo religioso.

E’ una visione compartimentale della natura umana che non corrisponde ad alcuna realtà, a meno di non voler forzare e costringere quella natura contro se stessa. Chiunque di noi, in qualsiasi attività sia impegnato, politica compresa, si orienterà nelle sue scelte, nelle sue azioni, a seconda dell’uomo o della donna che è riuscito a divenire con l’educazione, lo studio, le amicizie, le letture e sì, anche con il proprio credo religioso. E a meno di voler mutilare la sola fede, quando vi sia, dall’interezza del nostro essere come condizione per fare politica non c’è modo di corrispondere all’auspicio di Gianfranco Fini.

Invocare una simile mutilazione in nome della laicità vuol dire esattamente compiere il passo finale verso il laicismo, inteso come ideologia dominante ed esclusiva.

Ma l’impressione è che Fini non si ponga neppure per un attimo davanti a questo genere di dilemmi e resti soddisfatto dell’immagine mediatica che gli viene restituita e alla quale sembra chiedere ostinatamente: chi è il più laico del reame?

Il discorso di Obama è intriso di religiosità, è intessuto di richiami biblici, ha l’andamento stesso di un sermone: difende il diritto laico delle donne a interrompere la gravidanza e nello stesso tempo lascia che la sua educazione religiosa orienti azioni positive, leggi, per ridurre al minimo il ricorso all’aborto.

Mentre Fini era lì a mettere barriere attorno alla Costitizione per disinfettarla dal contagio religioso, Obama intrecciava in una sola frase – come ha notato il blog The Huffington Post – Bibbia e Costituzione americana: “Non foss’altro,  – era la frase di Obama – questa consapevolezza dovrebbe farci confidare nel fatto che grazie al nostro lavoro comune, alla provvidenza di Dio, e alla nostra volontà di portare i pesi l’uno dell’altro, l’America proseguirà nel suo prezioso viaggio verso quell’unione più perfetta”. Dove la condivisone dei “pesi” si ritrova nei Salmi, 81: 6, mentre l’”unione più perfetta” è una passo del preambolo alla Costituzione.

Mentre per Fini il dubbio che “prevale sulle certezze” sembra essere un buon motivo per far arretrare le coscienze religiose, lo stesso dubbio per Obama è un fattore di slancio: “Deve costringerci a restare aperti e curiosi, ansiosi di continuare il dibattito morale e spirituale che per molti di voi è iniziato all’interno delle mura di Notre Dame”. E partendo dal dubbio, Obama compie un ragionamento che lo avvicina molto alle riflessioni di Papa Benedetto XVI, quando parla dei “valori previi a qualsiasi giurisdizione statale”. Così Obama raccomanda di “aderire alla propria fede” richiamandosi a principi universali, gli stessi a cui può condurre la ragione, perché dice Obama “se c’è una legge della quale possiamo essere certi è quella che lega i credenti di ogni religione e coloro che non hanno fede, è la chiamata a trattarci l’un l’altro come vogliamo essere trattati, è la chiamata all’amore”. 

Così, alla fine,  il presidente della Camera può chiedere ai legislatori di mettere da parte i precetti religiosi, mentre il  presidente degli Stati Uniti, parlando alla classe dirigente di domani può dire: “Non temiate di dire la vostra quando ci sono in ballo questi valori. Tenetevi saldi nella vostra fede e permettetele di guidarvi nel vostro viaggio. Siate dei fari (stand as a lighthouse) ”. Il suggerimento per i credenti italiani invece è : non fatevi vedere.