Home News Offriamo a Davigo uno scambio alla pari

Giustizia

Offriamo a Davigo uno scambio alla pari

0
371

Quale sia la notizia nelle dichiarazioni rilasciate a Piazzapulita da Piercamillo Davigo, non è ben chiaro. Non perché l’ex “dottor sottile” del pool di Mani Pulite non abbia la capacità di stupire, ma perché da quando calca la scena di dibattiti pubblici e studi televisivi (e cioè da molti anni) è famoso per sciorinare battute molto efficaci ma invero assai ripetitive.

E’ evidente la cura maniacale con la quale le studia, fin nei dettagli, e va detto che come comunicatore è di notevole abilità. Ma chiunque abbia anche soltanto fatto Zapping fra le innumerevoli trasmissioni delle quali nel tempo Davigo è stato ospite non poteva non conoscere a memoria le storielle del pedofilo e del vicino che ruba le posate d’argento, escogitate a dimostrazione del fatto che il senso comune suggerisca di non attendere la sentenza definitiva per bandire un presunto reo (in teoria presunto innocente…) dal consesso civile.

In ogni caso, inedita o ritrita che fosse, prendiamo sul serio la provocazione dell’ex pm, attuale consigliere del Csm e leader della corrente “Autonomia e Indipendenza”. Sostiene Davigo che buona parte delle tensioni fra politica e magistratura sono dovute al fatto che i politici siano soliti aspettare la sentenza di Cassazione per mettere da parte le mele marce, anche in presenza di evidenze incontrovertibili. Per dirla con un altro suo noto refrain: “Se li tengono fin quando non arrivano i carabinieri a prenderli, e a volte anche oltre”. Considerazione che, seppur da un punto di vista giustizialista, ha almeno il pregio di riconoscere al giudizio politico un’autonomia rispetto al giudizio penale.

Per Piercamillo, insomma, in alcuni casi gli atti di indagine sono talmente eloquenti che non c’è bisogno di attendere il sigillo della Suprema Corte per trarne le conclusioni politiche. Arriviamo a dire che in qualche circostanza potrebbe anche avere ragione: ci sono reati evidenti fin dalle indagini preliminari, così come – pure questo va detto – sentenze definitive di condanna che gridano vendetta.

Ma non è questo il punto. Vogliamo essere propositivi, e offriamo a Davigo uno scambio alla pari. Accettiamo il suo criterio, purché valga anche quando le inchieste giudiziarie sono evidentemente delle boiate e se ne traggano le conseguenze per i pm che le imbastiscono. Non è pensabile che un imputato, al netto della presunzione d’innocenza sul piano processuale, debba essere sottoposto al giudizio preventivo della collettività, mentre per i colleghi in toga anche di fronte alle più evidenti nefandezze scatti in automatico il riflesso pavloviano della difesa corporativa. E’ stato detto, per esempio, che il caso Tortora si spiega con il carico di lavoro dei magistrati italiani che non avrebbe pari in Europa. Per pietà. Se questo è il livello di autocritica, ci teniamo stretta la presunzione di innocenza anche per Totò Riina.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here