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Ogni epoca ha la sua capanna. Storia di una maternità in affitto

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Alla fine, la nostra intesa sentimentale con i più ricchi sta giungendo alla conclusione. I grandi magnati, le cui gesta seguivamo con tanto coinvolgimento, ora pare abbiano messo il paese alle corde proprio in virtù delle mirabolanti concessioni che abbiamo permesso ricevessero. Abbiamo anche imparato che le diseguaglianze troppo nette non sono il miglior modo per far girare l’economia, dopotutto. E se ci pensiamo seriamente, sono anche profondamente spiacevoli.  

Alcuni, tuttavia, non hanno ricevuto il messaggio. Prendete ad esempio Alex Kuczynski, autrice del pezzo sul New York Times Magazine del 30 novembre, nel quale parla di come ha affittato un’altra donna per dare alla luce il suo bambino.

Per anni, Alex Kuczynski ha cavalcato l’onda della plutocrazia per il New York Times, e nel suo stile assai particolare ha descritto le peripezie cosmopolite delle modelle, le tendenze formatesi nei vari ristoranti di classe, e l’atmosfera delle spietate vie di Greenwich e degli Hamptons.

Nel corso di queste avventure, Alex Kuczynski è ad un tratto passata dal ruolo dell’osservatore a quello dell’osservata. Ha sposato un manager divenuto miliardario con i fondi speculativi, e nel 2005 è stata oggetto di un memorabile adorazione pecuniaria su W magazine. Qui i comuni mortali hanno potuto leggere delle sue quattro ville (tra cui una a Park Avenue e una a Southampton) e ancor più nei dettagli della sua proprietà rigorosamente inaccessibile in Idaho, dove ogni cosa deve essere recapitata per via aerea: i massaggiatori, la carne, gli ospiti, gli istruttori di yoga, i cuochi e i ciocchi di legna necessari a riparare la casetta di tronchi situata nei loro possedimenti, esattamente come voleva suo marito.

Ora l’interesse per tutto ciò che è quantificabile in moneta, che da tempo contraddistingue la Kuczynski, diventa memoria per i posteri nel suo racconto della scorsa settimana per la rivista Times: le sue “avventure con una madre surrogata”. La storia ha inizio con la scoperta dell’infertilità di Kuczynski, per la quale proviamo genuina compassione, ma presto le cose cambiano quando lei e suo marito decidono di affittare una donna affinché dia alla luce il loro bambino, e si occupano di scrutinare le richieste di coloro che si dichiarano disponibili a mettere a disposizione il proprio utero.

La maternità surrogata è stata oggetto di numerose dispute politiche e filosofiche nel corso degli anni. Per riassumere rapidamente, si tratta di un campo minato di questioni che spaziano dalla classe sociale al genere. Quando si ottiene denaro per una gravidanza, molti sostengono che si stia compiendo un’azione simile alla vendita degli organi –o alla vendita dei bambini. La minaccia è quella di mercificare non solo i bambini, ma le donne stesse, mettendo in vendita le loro funzioni biologiche come piccoli ipermercati di lusso. Se la maternità surrogata divenisse una transazione di mercato ampiamente diffusa, presumibilmente dare alla luce un bimbo diverrebbe solo un altro dei lavori sporchi della classe operaia, dove il denaro corrisposto diminuirebbe e le coppie benestanti subappalterebbero il lavoro perché -diciamocelo: essere incinta è davvero una seccatura.

Kuczynski non è completamente nuova a questo tipo di considerazioni. Anzi, le affronta attentamente in alcuni paragrafi, per poi però accantonarle inevitabilmente. Si tratta di “affitto di organi”, risolve Kuczynski; niente di più. Trova affascinante come la madre surrogata faccia riferimento a se stessa come una sorta di “Dolceforno” – il giocattolo che permette alle bambine di cucinare– e procede descrivendola come “un vascello, la portatrice, la baby-sitter biologica per mio figlio”. Certamente, concede, tutte le madri surrogate avrebbero avuto bisogno del denaro; ed alcune ancora più disperatamente della altre. La donna che ha ricevuto l’incarico pensa di utilizzare i soldi per mandare i figli all’università. E tra parentesi, rileva Kuczynski, una delle figlie della madre surrogata “è stata una donatrice di ovuli per mantenersi durante gli studi”.

Forse se quella ragazza avesse donato i propri ovuli per comprare da mangiare, Kuczynski avrebbe capito che l’intero affare della “riproduzione in affitto” è solo il prodotto del suo mondo miliardocentrico, esattamente come i vari Blahniks e Versace di cui tanto ama cinguettare; e che l’università e le madri surrogato sono accessibili a gente come Alex Kuczynski, e non ad altri, semplicemente perché è così che funziona il sistema.

Invece Kuczynski ci rivela molto candidamente quanto si è divertita negli ultimi mesi prima dell’arrivo del bimbo “andando a fare rafting sul fiume Colorado, con le rapide a livello 10” -presumo che le rapide a livello 10 siano davvero grandiose- e “sfrecciando giù per una montagna a 90km all’ora durante una vacanza sciistica, bevendo bourbon e andando a vedere il Super Bowl”. La signora pratica anche molto “Bikram yoga”, che sicuramente è una variante veramente di classe di questa disciplina.

Quello che non ci viene detto è forse ancora più indicativo. In una storia raccontata in quasi 8000 parole, sono riportate soltanto tre frasi della madre surrogato. Alex Kuczynski non si sofferma assolutamente sui vestiti di questa notevole donna, né, in realtà, ci dice molto altro di lei. Sappiamo tutto dei sentimenti, le paure e i desideri di  Kuczynski, paragrafo dopo commovente paragrafo. Ma colei che partorirà il bambino è completamente messa a tacere.

Poi ci sono le già -tristemente- note fotografie. Alex Kuczynski in un abitino nero senza maniche e tacchi a spillo, in posa di fianco alla madre surrogata –in pantaloni larghi e una sgualcita camicia di flanella rosa. Alex Kuczynski con il bambino in braccio sul prato della sua villa di Southampton, con alle spalle il colonnato, le siepi ben potate e la servitù. La madre surrogato a piedi nudi, sola, seduta sugli scalini del vecchio portico della sua casa in Pennsylvania.

Secondo l’editore del Times, Alex Kuczynski non gradì le foto fino a quando non fu pubblicato l’articolo. E dopotutto chissà, forse i fotografi e i direttori artistici volevano davvero sabotare la sua storia. Ma se anche questo fosse il caso, avevano compreso il mercato molto meglio della stessa autrice.

 

(The Wall Street Journal del 10 dicembre 2008)

 

 

Traduzione di Alia K. Nardini  

 

 

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