“Orgogliosi dei nostri eroi”. La dignità dei familiari tra lacrime e ricordi

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“Orgogliosi dei nostri eroi”. La dignità dei familiari tra lacrime e ricordi

17 Settembre 2009

Un lungo boato e in pochi minuti una strada poco lontano dall’aeroporto di Kabul, è diventata il teatro di una scena apocalittica degna dei più cruenti film di guerra. Fiamme, fumo e polvere. “Sembrava la fine del mondo” hanno raccontato alcuni testimoni dell’attentato a Kabul dopo aver visto quello che rimaneva del tragico attacco costato la vita questa mattina a sei parà italiani appartenenti alla Folgore di Siena.

Poco lontano dal luogo dell’incidente si trova uno dei numerosi mercati della città. Prima del frastuono era affollatissimo, come accade sempre nei giorni prima delle celebrazioni di Eid al Fitr, la fine del Ramadan, quando la gente si butta in massa per le strade e nei negozi per comprare i preparativi per la grande festa. “Prima c’è stato un fragore enorme e poi piccole esplosioni. Molte persone erano a terra sanguinanti”, ha spiegato uno studente che si trovava nei dintorni al momento dell’attentato.

Dall’altra parte del globo, l’Italia che si è svegliata scossa dalla notizia si è stretta in un unico grande cordoglio nazionale mostrando il rispetto e la gratitudine per i connazionali caduti in Afghanistan. Bandiere tricolore a mezz’asta, incontri istituzionali saltati, manifestazioni rinviate. Resta nel silenzio e all’ombra delle telecamere, il dolore e la sofferenza privata dei parenti e amici delle sei vittime italiane. Solo poche parole quelle dei familiari dei sei uomini rilasciate ai giornalisti, ma sufficienti a dimostrare la dignità di un’Italia consapevole che in Afghanistan ci sta per lottare per la democrazia, non per fare la guerra.

“Sono orgogliosa di mio marito, paracadutista della Folgore”, ha detto Stefania Giannattasio, vedova del sergente maggiore Roberto Valente, uno dei caduti nell’attentato di oggi. Il sottufficiale prima di partire per Kabul sapeva bene a cosa andava incontro. Era già stato in Bosnia, in Libano e, in una missione precedente, anche in Afghanistan. La guerra non l’aveva combattuta solo all’estero: aveva partecipato anche ad un’altra difficile battaglia: quella contro la Camorra dei Casalesi nell’ambito della cosiddetta “Operazione strade sicure”.

Anna D’Amato, la madre del caporal maggiore Massimiliano Randino, ha definito il proprio figlio “un eroe” perché “è morto facendo il proprio dovere”. E lo ha fatto proprio durante un incontro con il colonnello dell’Esercito Carmine Piscitelli. “Non c’è rabbia nei genitori – ha detto l’ufficiale ai giornalisti – ma solo tanto dolore”. A Nocera Superiore, paese dove si trovano i familiari della vittima, si terrà una cerimonia religiosa, probabilmente martedì prossimo dopo i funerali di Stato. Intanto le bandiere degli uffici pubblici sono state esposte a mezz’asta in segno di lutto e la squadra del paese scenderà in campo contro il Battipagliese con il laccio nero al braccio.

Il padre di Antonio Fortunato, anche lui morto stamattina nell’attentato di Kabul, spiega che spesso confessava agli amici il suo timore sulle sorti del figlio prima che partisse per ogni missione in Afghanistan. Una paura che stamattina si è trasformata in un’orribile realtà. “Il tenente Antonio Fortunato era un uomo grande, maestoso, che amava profondamente il suo lavoro”: così, tra le lacrime, la cugina Antonietta ricorda l’ufficiale.

Con il passar delle ore, poi, si scoprono i dettagli sulla vita dei militari italiani deceduti. Matteo Mureddu, per esempio, avrebbe dovuto sposarsi lo scorso mese di giugno. “Con la fidanzata avevano deciso –  ha rivelato l’ex parroco di Solarussa, don Franco Murru, uno dei pochi ad aver incontrato la famiglia – di sposarsi a giugno ma poi avevano rinviato per la decisione di partire per l’Afghanistan”. Don Murru, che aveva parlato con Matteo per telefono una quindicina di giorni fa, lo ricorda come un grande lavoratore. La notizia ai familiari, il padre Augusto, la madre Greca e la sorella Cinzia (l’altro fratello Stefano anche lui militare della Folgore ma a Pisa è in viaggio per l’isola) è stata data poco dopo mezzogiorno dal comandante militare della Sardegna, il generale Sandro Santroni. “Non è facile andare da una madre a dirle che un figlio è morto – ha detto il militare – ma non c’è stato neanche il bisogno di dire nulla. Quando hanno visto le divise hanno capito da soli. Sono dei veri sardi”, ha sottolineato riferendosi alla compostezza tipica degli isolani.

Tra le altre cose, si è saputo che Giandomenico Pistonami era invece scampato miracolosamente ad un altro attentato, sempre a Kabul, lo scorso agosto. Lo ha detto Annamaria, amica del militare e della sua fidanzata. “Erano quattro anni che Giandomenico partecipava alla missione di pace in Afghanistan – ha aggiunto Annamaria – voleva mettere da parte i soldi per sposarsi. Amava il suo lavoro era consapevole dei rischi che correva ma era convinto che le missioni internazionali avrebbero riportato la pace in Afghanistan. Invece ci ha lasciato la pelle”.

Gli amici di Davide Ricchiuto, caporalmaggiore di 26 anni, lo ricordano come una persona “gioiosa, solare e piena di vita”. Di lui si parla come di un giovane che aveva la capacità di farsi amare da tutti. La sua era la terza missione all’estero dopo quella in Kosovo e nel Libano. I familiari lo attendevano a casa per fine agosto, ma a Kabul si era verificata una carenza di autisti nell’Esercito e la licenza non gli era stata più accordata. La storia del giovane caporalmaggiore è simile a quella di tanti ragazzi del Sud che si arruolano in cerca di lavoro. Ricchiuto era partito come volontario a soli 18 anni. Gli amici dicono di lui che “è morto da eroe”.

Le salme dei sei parà non rientreranno in Italia prima di sabato. Per le strade di Kabul sono rimasti solo i resti dell’esplosione: pezzi dei veicoli dilaniati dall’esplosione, cumuli di ferraglia e gomme squarciate. In Italia, invece, rimane il ricordo dei familiari di sei uomini che hanno dato la loro vita per la libertà di un popolo che, si spera, un giorno saprà ripagare il sangue dei nostri connazionali difendendo la democrazia.