Parte la campagna congressuale del Pd con poche novità e molti deja vù
07 Settembre 2009
di Redazione
C’è “l’era Berlusconi ormai all’imbrunire”, il “viale del tramonto” del premier oppure il paragone tra l’esecutivo e l’Impero Romano d’Oriente. Archiviate le “scosse”, Massimo D’Alema torna in campo e questa volta si affida a un ampio repertorio di metafore e similitudini per restituire speranze e un lontano orizzonte di governo alla platea del Palalido di Milano, accorsa per l’apertura della campagna di Pier Luigi Bersani.
L’ex premier questa volta è costretto a muoversi sul filo. Sa di avere un ruolo ingombrante e di presentarsi come sponsor di un candidato che parte favorito (nei primi 15 congressi si attesterebbe circa al 56%). Sa anche che la sua investitura a favore di Bersani non può trasfigurarsi nel protagonismo personale visto che tutti gli osservatori sono pronti a bollare i due cavalli in corsa come alter-ego, cloni o proiezioni politiche di lui o di Veltroni.
Se insomma si vuole concedere a Bersani perlomeno il beneficio del dubbio sul suo essere “nuovo”, D’Alema non può certo proporsi come il regista della sua discesa in campo. Tanto più che Dario Franceschini ha deciso di giocare le sue carte proprio su questo tavolo chiedendo, nel suo appello-video su youtube, di “non riconsegnare il partito a quelli che sono venuti prima”. Una frase “spartiacque” che ha riaperto l’eterno dibattito sulla vera identità dei vessilliferi del nuovo e ha acceso polemiche profonde dentro il Partito Democratico.
In questo contesto ricco di trappole D’Alema evita di muoversi lungo la direttrice della definizione dell’identità del partito e si attesta piuttosto sul registro della polemica politica. Un copione in qualche modo rassicurante che prevede prima un attacco al presidente del Consiglio. «Attorno a lui – afferma l’ex ministro degli Esteri – c’è una vicenda torbida non degna di un paese civile. Una storia di cortigiane, cattivi consiglieri, giornalisti sicari, gelosie e vendette. Sembra un romanzo d’appendice sugli ultimi giorni dell’impero romano d’oriente». Poi un generico invito al centrosiinstra ad essere reale alternativa all’esecutivo in carica.
«C’è anche chi diffida di Berlusconi e poi pensa: "Ma chi c’è dall’altra parte?". Noi dobbiamo iniziare ad essere credibili nella nostra proposta di governo, credibili proprio per chi diffida di Berlusconi». Per questo, in vista della sfida delle primarie, spiega D’Alema, «si apre una lunga campagna elettorale, sia interna che esterna, che però deve essere fatta con i toni giusti perché bisogna comunque ricomporre l’unità del partito con un clima fraterno che ci porti a lavorare insieme. Tutto questo anche perché le elezioni regionali sono poco tempo dopo il congresso e ci vuole un grande senso di responsabilità. La nostra è una grande partita e non si devono ripercorrere vecchie polemiche, nostro obiettivo è quello di ridare voce all’opposizione».
D’Alema, però, è D’Alema. E se provocato non le manda certo a dire. Così lo spazio per una secca replica all’altro candidato alla segreteria del Pd finisce per trovarlo. “Io sono un ariete, non uno scorpione” dice, facendo riferimento a Dario Franceschini, che lo ha paragonato allo scorpione trasportato sulle spalle di una rana che finisce per ucciderla, affondando insieme a lei. “Sono un ariete soprattutto di carattere, e non solo come segno zodiacale. E per una rana è difficile portare un ariete sulle spalle. In ogni caso è una favola triste perché alla fine tutti e due vanno a fondo. Bisogna invece lavorare tutti insieme e vincere nel Pd”.
Al di là delle battute, delle repliche affilate ma non troppo taglienti e delle ricette di governo più o meno abbozzate l’appuntamento del Palalido fornisce alcune chiavi di lettura valide anche per il futuro.
Innanzitutto l’aspirazione di Bersani a creare un “grande partito popolare”, capace di recuperare le radici del cattolicesimo democratico e del socialismo, votato a "dare un senso" (come dice nello slogan della sua campagna congressuale) alla storia e ai valori dell’Italia. Non è un caso che proprio ai rapporti con i cattolici Bersani dedichi la parte centrale del suo intervento: rispetto della missione etica della Chiesa ma riaffermazione della laicità dello Stato. “La Chiesa non può essere zittita, come è avvenuto brutalmente in questi giorni, e le va senza ambiguità riconosciuto il diritto-dovere di essere nella discussione pubblica. Noi siamo per un rapporto aperto e sincero”.
Poi gli accenni alla prospettiva politica: per ora niente concessioni al Grande Centro. Piuttosto quello che si percepisce è una palpabile nostalgia per l’esperienza incompiuta dell’Ulivo. Una coalizione ampia in cui Antonio Di Pietro, presente in sala e accolto come una star da Enrico Letta, sembra poter essere uno dei maggiorenti e dei principali azionisti. Una prospettiva che lascia intravedere ben poche novità nell’orizzonte cristallizzato del Partito Democratico.
