Partecipate all’italiana, tessuto ideale per favoritismi e illegalità

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Partecipate all’italiana, tessuto ideale per favoritismi e illegalità

24 Dicembre 2014

Nel suggestivo contesto di Sala Zuccari a Palazzo Giustiniani è stato presentato nei giorni scorsi un volume a cura dell’ex ministro della Giustizia, Paola Severino e della professoressa Marcella Del Vecchio, dal titolo “Il contrasto alla corruzione nel diritto interno e nel diritto internazionale”.

La Severino, ricordandoche la sua legge contro la corruzione riprendeva un disegno normativo avviato da Alfano, ha posto l’accento sull’importanza della prevenzione attraverso l’educazione della collettività quale migliore arma contro il proliferare di questo fenomeno.

Il Presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, ha fatto riflettere sulla circostanza che gli ultimi vergognosi atti di corruzione scoperti a Roma hanno trovato terreno di fioritura nella realtà delle aziende partecipate e, nello specifico, in quelle costituite dai Comuni.

La ratio della norma amministrativa che ha consentito la creazione delle partecipate è di per sé virtuosa. Dal momento che non è possibile immaginare che un Comune detenga tutte le competenze e le capacità organizzative idonee a gestire la pluralità dei servizi necessari alla collettività, gli enti locali possono fondare, partecipandovi nel capitale, società specializzate, ora nei trasporti pubblici, ora nella produzione e distribuzione dell’energia elettrica, per operare con efficacia e in regime di maggior economicità.

Virtuosa la ratio, penosa l’applicazione. Le società partecipate sono diventate, in molti casi, lo strumento privilegiato di piccoli e grandi politici locali per realizzare assunzioni di amici e parenti, sfuggendo il principio costituzionalmente garantito delle pari opportunità di acceso ai posti pubblici; una rete di controllate a catena in cui si perde la missione specifica e concreta per cui sono state fondate e che diventano parcheggio di non eletti, lo strumento di un potere non esercitabile direttamente attraverso le istituzioni.

Inefficacia, inefficienza, scarsa qualità dei servizi. E la Corte dei conti che oggi ci avvisa, ieri dov’era? Risposta: non poteva indagare né controllare perché la legge non le assegna competenza su queste realtà. Scopriamo quindi con sgomento che le partecipate sono senza controllo. Ma c’è di più.

Uno dei modi di ottenere efficienza da una società che opera sul mercato è di farla operare in un contesto di competitività. E’ più difficile infatti che si creino le condizioni per la corruzione in un’azienda che deve costantemente tenere i costi all’osso pur di sopravvivere nel suo mercato.

Ma se la municipalizzata dei trasporti urbani della grande città del nord è in perdita e la soluzione non è il taglio dei costi ma l’aumento del biglietto, che può perfino raddoppiare in pochi anni, ecco che i conti tornano ma a discapito dei cittadini e soprattutto a favore della creazione di spazi per la corruzione.

Se le tariffe non sono basse e il fornitore non è spremuto, nei limiti legittimi della dinamica di formazione dei prezzi, fino a offrire i suoi beni e servizi al minimo costo possibile, ecco che le sue tariffe conterranno il margine sia per il guadagno sia per le mazzette.

Le partecipate all’italiana sono il tessuto ideale per i ricami di illegalità. Assunzioni libere, nessun controllo, condizioni di monopolio, ricavi variabili verso l’alto, quanto serve e anche di più per la copertura dei costi, qualunque essi siano, ivi incluse le componenti fisse della delinquenza.