Home News “Pd e Pdl possono lavorare insieme ma le riforme non si fanno in qualche mese”

Alla ricerca di un programma condiviso

“Pd e Pdl possono lavorare insieme ma le riforme non si fanno in qualche mese”

Senatore Quagliariello, lei «rischia» di diventare un ministro in quota Berlusconi nel primo governo Pd-Pdl. Che impressione le fa?

«Oggi il mio Napoli ha vinto all'ultimo secondo: non riuscirà a guastarmi la giornata con questa domanda...».

Risposta troppo evasiva. Ci riprovi.

«Un mio eventuale ruolo è l'ultimo dei problemi, mi creda. In una situazione così difficile bisogna muoversi immaginando un orizzonte ampio. In quest'orizzonte è legittimo collocare le proprie ambizioni. Guai a partire dalle proprie ambizioni e costruirci un orizzonte intorno. Così sono crollati tanti sistemi politici».

Lei ha fatto parte della commissione dei saggi nominata dal presidente delle Repubblica. Quante delle vostre proposte possono trasformarsi in programma di governo?

«Quelle proposte non intendevano togliere il loro ruolo a partiti e gruppi parlamentari. Vanno vagliate da loro. Quel che va salvato è lo spirito: formulare un programma comune con un'ambizione non contingente e non strumentale».

Giuliano Amato o Enrico Letta premier? Nel Pd sono già partiti i veti.

«Lasciamo da parte i nomi. Un partito deve pretendere un certo livello di obbligazione politica da parte di chi vi aderisce, altrimenti non è più un partito. Questa obbligazione, un tempo si chiamava disciplina, è venuta meno nella sinistra nei giorni dell'elezione del capo dello Stato. Poiché questa situazione investe lo schieramento di maggioranza, gli effetti negativi rischiano di riverberarsi sull'intero sistema politico. Se non si ripara questa falla, i veti continueranno e nessun nome riuscirà a risolvere la situazione. Non c'è un altro Napolitano per il governo».

Anche nel centrodestra ci sono veti, quello della Lega su Amato.

«Il problema in questo caso è diverso. Che un partito possa avere idiosincrasie è comprensibile. Ma posso fare una riflessione più generale?».

Prego.

«La democrazia rappresentativa presuppone un tempo di sedimentazione delle scelte sia dei partiti che dei singoli uomini politici. Non si viene giudicati all'istante ma al termine di un mandato lungo alcuni anni. Se questo tempo si comprime fino a scomparire, dalla democrazia rappresentativa si passa a quella diretta e allora servono contrappesi e garanzie diverse. A me sembra che questo processo si stia compiendo in maniera inconsapevole: molti parlamentari nei giorni dell'elezione del presidente della Repubblica piuttosto che al loro partito o alla loro coscienza hanno risposto alle pressioni di twitter, dei social network o dell'ultimo sms. In questo credo che le primarie del Pd per eleggere i candidati al Parlamento abbiano una responsabilità. Le primarie vanno bene per una carica monocratica, ma la classe politica deve essere selezionata innanzi tutto dai partiti. Se no si finisce che Facebook conta più dell'indicazione di un segretario».

Vede il rischio che si vada a elezioni?

«Vedo un rischio più grave: non aver compreso cosa sia accaduto nei giorni scorsi. L'Italia l'ha scampata bella. Ne è uscita grazie alla dedizione verso il Paese dimostrata dal presidente Napolitano, che ha tutto da perdere sul piano sia politico che personale. Non c'è più spazio per escamotage o soluzioni rabberciate. Serve un governo e un programma all'altezza delle difficoltà che abbiamo davanti. Oppure è meglio...».

Meglio il voto?

«Le elezioni non sono la soluzione ideale, ma meglio le elezioni che una opzione nella quale i partiti si rifiutino di prendersi le loro responsabilità».

Alfano dice che Berlusconi si comporta da statista.

«Essere statista vuol dire privilegiare il Paese rispetto alla propria parte. Berlusconi in questa crisi lo ha costantemente fatto. E non abbasserà l'asticella. Dopo 54 giorni serve un governo all'altezza delle sfide epocali da sormontare. Ci vuole una piena corresponsabilità dei partiti. Non ci si può presentare agli italiani con un governo che somigli a quello che ha operato in quest'ultimo anno, né è pensabile andare davanti agli elettori dopo l'esperienza di un nuovo governicchio. Servono cambiamenti profondi e scelte difficili. Solo così si potrà sconfiggere Grillo e l'antipolitica».

Un governo senza limiti di tempo?

«Le riforme di cui c'è bisogno non possono essere realizzate in pochi mesi. Ci vogliono degli anni».

(Tratto da La Stampa)

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