Per Alitalia le soluzioni politiche non servono: meglio il fallimento

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Per Alitalia le soluzioni politiche non servono: meglio il fallimento

24 Marzo 2008

La vertenza Alitalia è entrata di prepotenza nella campagna elettorale, tanto da far pensare – sarebbe un guaio – che in verità la questione sia strumentalizzata da più parti, proprio a fini elettorali. Il governo Prodi ha sicuramente compiuto un passo falso. Dopo aver tergiversato per mesi, all’improvviso ha autorizzato il consiglio di amministrazione della compagnia (anch’esso in sonno permanente) a trattare con Air France-Klm. La cosa era subito apparsa discutibile dal momento che i definitivi sull’operazione avrebbe dovuto metterli – per comune riconoscimento – il nuovo esecutivo. Tanto valeva, allora, consentire ai veri protagonisti di occuparsi del problema, senza legare loro le mani con impegni . Ma chi ha consigliato a Silvio Berlusconi di infilarsi nella vertenza Alitalia con la singolare proposta del subentro di una cordata di imprenditori nostrani al posto dell’unica offerta rimasta sul campo ? Esistono davvero degli imprenditori o delle banche disponibili e in grado di buttare dei soldi in un’azienda decotta ? E se anche fosse sarebbe un’operazione conveniente ? Noi stiamo dalla stessa parte del Cavaliere, ma ci sembra che la sua entrata in campo sia stata oltremodo rischiosa. Rispedire l’offerta dell’ Air France-Klm al mittente rappresenta un segnale chiaro per i sindacati e le istituzioni lombarde: le alternative saranno sicuramente migliori sia per la questione degli esuberi, sia per i destini di Malpensa. Ma è credibile una tale ipotesi ? Che cosa potrebbero fare di diverso gli imprenditori, che in nome di un’italianità pelosa (i non fanno la gloria di un paese) dovessero acquistare l’Alitalia ? Tenersi degli organici insostenibili per compiacere i sindacati oppure ricorrere – come è indispensabile – a ristrutturazioni ed esuberi ? Anche la sorte di Malpensa è scritta nelle cose prima ancora che nelle decisioni del CdA o del governo. Intorno allo scalo controverso stanno troppi aeroporti , a partire da Linate. Se le istituzioni milanesi e lombarde vogliono, poi, che Malpensa abbia un futuro non possono sicuramente cercarlo nel contesto di un sistema Alitalia praticamente fallito. Che senso avrebbe per una delle aree più ricche e sviluppate del mondo salvare una struttura aeroportuale consentendole di partecipare agli interventi di carattere assistenziale a favore del carrozzone dell’ex compagnia di bandiera ? Eppure, dopo le critiche delle prime ore, la mossa di Berlusconi ha creato visibili imbarazzi anche nel fronte avversario. Strano Paese il nostro ! Nei decenni scorsi è capitato di tutto. Per stare nel campo dell’economia sono scomparsi dalla scena nomi illustri del capitalismo italiano. Laddove c’erano insediamenti industriali che ogni mattina inghiottivano migliaia di operai ed impiegati ora stanno luccicanti supermarket o immobili residenziali di lusso; i quartieri un tempo operai annoverano un numero imprecisato di opifici chiusi, lì ad inneggiare all’archeologia industriale. Interi settori (chimica di base, siderurgia, auto, ecc.) sono stati fortemente ridimensionati; il sistema delle partecipazioni statali è ormai solo un ricordo; il settore terziario e dei servizi ha oggi un difficile primato quanto a formazione del Pil e a livelli di occupazione. E in conseguenza di tali processi centinaia di migliaia di lavoratori hanno subito il prepensionamento dopo anni di cassa integrazione e di affidamento alle precarie tutele degli ammortizzatori sociali. I protagonisti di questi eventi non stanno sulla Luna, ma sono quegli stessi dirigenti sindacali e quelle istituzioni che, da anni, non riescono a gestire con realismo e serietà la vertenza Alitalia. Si badi bene: la compagnia non ha più un patrimonio; i velivoli sono vecchi; le azioni sono poco più che carta straccia; la cassa non è in grado neppure di pagare gli stipendi. Eppure l’Alitalia sembra essere la linea del Piave di un sindacalismo becero in balia degli eventi e di partiti politici che, nella smania di inseguire il consenso dei lavoratori, sbagliano completamente analisi e non si accorgono di perdere quello di un’opinione pubblica stanca di queste sceneggiate e di dover finanziare a fondo perduto una società praticamente fallita. Ecco perché – se dovesse continuare il teatrino della politica – gli organi sociali (dando prova di un minimo di dignità) farebbero bene ad assumersi la responsabilità di portare i libri in Tribunale. Del resto, è questa la sorte (fallire per rinascere) toccata ad altre compagnie di trasporto aereo coeve dell’Alitalia, anch’esse appartenute alla preistoria del settore ed incapaci di adeguarsi alle nuove convenienze. Nel Belpaese, è sotto gli occhi di tutti il successo del salvataggio della Parmalat: il gruppo è riuscito a farcela grazie al commissariamento, nonostante le difficoltà estreme in cui versava, senza imporre, del resto, ai lavoratori particolari costi sociali. Un commissario o un curatore fallimentare avrebbero le mani più libere anche nei confronti del sistema politico e potrebbero avvantaggiarsi degli effetti-shock che la misura produrrebbe in quel ginepraio di poteri malsani che si annida all’ombra della compagnia (sindacati in testa). E che l’ha portata sull’orlo dell’abisso.