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L'analisi

Per chi non l’avesse ancora capito, ora la giustizia è un tema centrale per la democrazia

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Non ne posso davvero più di ascoltare lunghe litanie sulla Magistratura! Sono oltre trent’anni che difendo i magistrati dai mille sospetti che i cittadini avanzano su di loro. Ed io a ripetere: “smettetela di dire queste cose! La magistratura nella sua stragrande maggioranza è sana”. E giù loro a dirmene di tutti i colori: interessi personali e familiari, pressioni politiche, malcostume diffuso, corruzioni, concussioni… Sembra non esserci più un palmo di netto!
Ma ora il fenomeno ha raggiunto davvero il limite di guardia. Credetemi, non so più che dire a tutti quelli che chiedono il controllo della magistratura su ogni sorta di nefandezza ed in moltissimi settori della società. E la giustizia non arriva mai…
Guardate che il tema è centrale. Perché, nonostante gli sforzi di chi contrasta le mafie, purtroppo residuano interi apparati infetti, posizioni strategiche vendute ad istituzioni che non sono quelle democratiche che spesso remano contro.
Insomma, l’aria è insopportabile. Ragion per cui, quando ti vengono a sbattere in faccia che: la magistratura è il primo apparato infetto, sin dal suo accesso e poi via via per la carriera fino alle nomine apicali lottizzate in modo tale che se ne deturpi l’indipendenza, quando ti fanno sentire una specie di marziano perché t’illudi di poter vincere le cause col merito e ti portano esempi eclatanti, quando persino i documentari della recente storia d’Italia ti presentano un quadro a tinte fosche, quando la domanda di giustizia si scontra con disonesti in ogni dove, che fanno avanzare gli idioti e lasciano intenzionalmente indietro i meritevoli, allora si affievolisce la speranza.
Il mondo delle idee forti, dei valori per i quali al mattino ti svegli e vai a fare il tuo dovere, si scontra con una realtà immutabile e sembra di combattere contro un muro di gomma!
Ripeto, la questione è centrale. Perché senza una magistratura corretta ed indipendente, non si ottiene giustizia. E se cade anche quest’ultimo baluardo che è la fiducia dei cittadini nella magistratura, dopo la putrefazione della politica e del dialogo, cosa resta?
L’ordine giudiziario deve essere, quindi, profondamente riformato dalle sue radici. È di pochi giorni fa la notizia che finalmente, dopo un “combattimento” durato quasi trent’anni, un candidato al concorso in magistratura dell’anno 1992, bocciato agli scritti con tre compiti perfetti, è riuscito ad ottenere, dopo non so più quante sentenze a lui favorevoli, le copie di tutti i compiti dei candidati al suo concorso.
Per scoprire cosa? Che ogni sottocommissione aveva impiegato tre minuti (tre minuti!) per leggere, correggere e discutere collegialmente ogni compito di ciascun candidato, che i compiti dei promossi presentavano evidenti segni di riconoscimento e grossolani errori di diritto. Mentre altri compiti perfetti erano stati scartati a prescindere.
Non se n’è fatto nulla, naturalmente. Ma rimane un problema che, unito a quel che si apprende (e che tutti hanno sempre saputo) circa le nomine del CSM, offre un quadro realistico di una Magistratura con la quale l’Avvocatura italiana si confronta quotidianamente. Fatte le debite distinzioni, fra inchieste su magistrati corrotti, quelli fatti oggetto di pressioni politiche ed il carrierismo dell’antimafia, c’è poco da stare allegri.
Anziché farsi fare la riforma della giustizia da quattro giustizialisti “de noantri”, sarebbe forse il caso che un ampio schieramento in Parlamento facesse il proprio dovere, mettendo, con coraggio, il dito nella piaga ed istituendo una Commissione Bicamerale d’Inchiesta, sui concorsi truccati in magistratura (la notizia criminis c’è), sull’influenza delle correnti relativamente all’accesso, sulle spartizioni politiche delle poltrone (direttivi e semidirettivi lottizzati), sulle carriere costruite su processi-farsa. Chi crede che con la mutilazione della lista-testi nel caso Palamara sia stata scongiurata la deflagrazione del sistema, si sbaglia e di grosso.
Insomma il Parlamento, espropriato di tutto, dovrebbe riprendersi il primato che gli spetta, che è poi il primato della sovranità popolare (non populista) utilizzando gli strumenti che la Carta soltanto al Parlamento appresta per produrre un’autentica metanoia.
Si dirà: non ci sono i numeri per una battaglia delle opposizioni (che tradizionalmente non riescono a gestire le Commissioni d’inchiesta se non con tempi biblici, incompatibili con i tempi di una Legislatura oramai avanzata) e poi la politica, come dimostrano le ultime inchieste, è fortemente compromessa con questo sistema.
Sono osservazioni giuste che sembrano condurre ad una bocciatura dell’idea sul suo nascere. Ma c’è una domanda che merita una risposta adeguata che, fino ad ora, non è arrivata: dove ha condotto fino ad oggi questa apparentemente inscindibile quanto sotterranea confidenza fra i due mondi, quello della politica e quello della magistratura?
Una confidenza che non è nella Costituzione (almeno nel senso in cui è stata declinata) e che ha prodotto effetti deleteri per la democrazia.
E tali effetti non devono essere sottovalutati perché a questa marea montante di disagio sociale intorno a certe storture dell’azione giudiziaria, può condurre ad effetti pericolosi per l’intero sistema democratico.
Non è un problema di struttura del CSM, con i laici espressione della politica. O meglio, non solo. Il vero problema è la cointeressenza su un potere che non può che essere indipendente e che deve essere espressione di una pulizia indefettibile.
E se questa pulizia si sospetta che sin dall’accesso – e poi lungo l’intera carriera dei magistrati – più non ci sia, è necessario prima bonificare e poi legiferare.
Per questo motivo l’”operazione pulizia” dovrebbe essere bipartisan e non perché occorre reagire ad una magistratura che ha da tempo asfaltato pure la politica (ora perfino “Attila” riconosce che la sentenza che condannò B. fu pilotata…), ma perché senza una messa a nudo del sistema infetto (ora pure alcuni irriducibili, caduti da cavallo sulla via di Damasco,sembrano essersi convertiti alla separazione delle carriere…) non si può ricostruire la credibilità dell’Ordine, oramai penosamente deturpata.
Dicevano i latini: ubi pus, ibi evacua. Ecco questa materia purulenta va evacuata: chi ha goduto di queste posizioni, mettendo a rischio la democrazia, deve essere messo alla porta. Solo così la ferita pian piano si rimarginerà.
E voglio pure vedere gli urlatori di “onestà onestà” dire in Parlamento che questa pulizia non vada fatta. Sono, invece, sicuro che ben presto i parlamentari che hanno intelligenza ed autorevolezza, si uniranno in una compagine trasversale che sappia sostenere la richiesta popolare, largamente avvertita, di far luce sul fenomeno del deragliamento di uno dei pilastri della democrazia.
Perché soltanto il bisturi di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta può restituire alla democrazia un Ordine giudiziario veramente rinnovato ed al Paese una fiducia nella giustizia, altrimenti definitivamente perduta.
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1 COMMENT

  1. Parlare di giustizia con un “governo di comunisti” e parte dei nagistrati “servi del potere” è quasi un’eresia.

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