Home News Per difendere la democrazia serve un’identità forte. Gli Usa l’hanno capito

Il meglio de L'Occidentale Esteri

Per difendere la democrazia serve un’identità forte. Gli Usa l’hanno capito

1
77

Mentre la scorsa settimana il Presidente americano proseguiva il suo viaggio di commiato dall’Europa, il settimanale tedesco Der Spiegel - dando voce ai sentimenti espressi dai maggiori quotidiani del Vecchio Continente - proclamava come l’Europa fosse “felice di vedere la fine dell’era Bush”. Al momento, tutti gli europei appaiono certi che la recente instabilità delle relazioni transatlantiche sia da attribuirsi alla “linea dura” adottata dall’ultima Amministrazione Bush. È inoltre diffusa la netta convinzione che negli anni a venire l’America si avvicinerà all’Europa, specialmente se Barack Obama vincerà le elezioni presidenziali.

Tuttavia, mentre in Europa si seguita a considerare George W. Bush come un cowboy affascinato dalla religione che nutre una visione del mondo del tutto manichea, la crescente spaccatura tra Europa ed America è da ricondursi ad un periodo antecedente all’amministrazione repubblicana corrente. Quando il ministro degli Esteri francese, Hubert Védrine, dichiarò che il suo paese non poteva “accettare un mondo politicamente unipolare, né culturalmente uniforme, né l’unilateralismo di una singola iperpotenza”, era il Presidente Clinton a sedere alla Casa Bianca per il settimo anno consecutivo – e George W. Bush era ancora governatore del Texas.

Il divario nelle relazioni transatlantiche non è dunque il risultato dell’azione di un singolo presidente, bensì il prodotto di forze ideologiche profonde che hanno operato per generazioni, dando forma ad opinioni divergenti di America ed Europa riguardo al mondo. Tra queste, si riscontra un atteggiamento radicalmente differente in merito al concetto di identità in generale, e più nello specifico alla relazione tra identità e democrazia.

Secondo gli europei, identità e democrazia si contrappongono in un gioco a somma zero. Le identità forti, specialmente quelle nazionali e religiose, vengono considerate una minaccia alla democrazia. Questo è quanto pensava Dominique Moisi, consigliere speciale presso il French Institute of International Relations, quando nel 2006 affermò che “la fusione tra religione e nazionalismo in America è preoccupante. Ci sentiamo traditi da Dio e dai nazionalismi: per questo abbiamo creato l’Unione Europea, come barriera alla guerra religiosa”. Questa concezione del mondo è riconducibile alla Rivoluzione Francese, quando per opporsi alla Chiesa forze differenti si raccolsero sotto il vessillo comune di “libertà, uguaglianza e fraternità”.

Contrariamente, l’America – verso la quale i pellegrini convergevano in cerca della tanto agognata libertà religiosa, e la cui rivoluzione significò principalmente una riconferma della propria identità nazionale - è stata in grado di riconciliare identità e libertà in un modo unico, che oggi ancora nessun paese ha potuto eguagliare. Già molti anni addietro Alexis de Tocqueville, attento osservatore, notò come “l’unione profonda del sentimento religioso e dello spirito della libertà” pervadeva l’America profondamente, rendendola molto diversa dalla sua patria natia, la Francia.

L’idea che le identità forti rappresentino una minaccia incombente per la democrazia e la pace si radicò ancora più profondamente in Europa con la seconda guerra mondiale. Gli esponenti di quelli che ho definito “movimenti post-identità” - post-nazionalismo, postmodernismo e multiculturalismo - sostenevano che gli uomini possono costruire un mondo veramente libero solo liberandosi dalle identità particolari che li dividono. Le istituzioni soprannazionali come l’Unione Europea, la Corte di Giustizia Internazionale e le Nazioni Unite rappresentavano almeno in teoria uno dei modi per superare i pregiudizi del passato, per forgiare una realtà armoniosa basata su valori universali e diritti umani.

Nonostante queste convinzioni siano oggi radicate nel mondo accademico e nell’élite intellettuale statunitense, esse rimangono agli antipodi rispetto a ciò in cui crede la maggior parte degli americani, convinti del fatto che non esista una contraddizione in termini tra mantenere un’identità forte e soddisfare i requisiti della democrazia. Al contrario, il diritto ad esprimere la propria identità è reputato fondamentale, ed esercitare tale diritto è concepito come parte della migliore tradizione americana.

Le controversie riguardanti la proibizione o meno di indossare il velo nelle scuole pubbliche riassume ed evidenzia la profonda differenza di vedute tra America ed Europa. In Europa, vaste maggioranze politiche e sociali appoggiano la proposta di proibire il velo nelle scuole pubbliche; negli Stati Uniti, le studentesse portano il velo nelle scuole e nelle università senza che ne scaturisca generalmente alcuna polemica. Tuttavia molti governi europei, nonostante pongano severi limiti all’espressione innocua dell’identità in ambiti pubblici, si rifiutano di insistere affinché le minoranze mussulmane seguano le principali norme democratiche, fanno finta di non vedere pratiche come il matrimonio con minorenni, la mutilazione genitale e i delitti d’onore.

La verità è che l’identità mussulmana si è rafforzata, è divenuta più radicale ed è sempre più irrispettosa nei confronti dell’“identità europea” di poca sostanza e vitalità. Questo spiega anche perché i tentativi di integrare i mussulmani sono molto meno efficaci in Europa che negli Stati Uniti, dove tale identità è anche più forte.

In ogni caso, a prescindere da chi vincerà a novembre, l’atteggiamento degli americani verso il ruolo giocato dal concetto di identità nell’ambito pubblico non cambierà di molto. Rispetto all’Europa, gli Stati Uniti resteranno più profondamente patriottici e sostanzialmente più devoti alla fede. Nel frattempo, l’Europa potrebbe avvicinarsi alle posizioni statunitensi. Il suo recente spostamento a destra nelle ultime elezioni –dalla vittoria di leader conservatori come Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi, alla sconfitta a sorpresa del sindaco di sinistra di Londra Ken Livingstone - potrebbe riflettere in parte la crescente consapevolezza che un’eredità importante ed unica è sotto assalto da parte del crescente fondamentalismo islamico. Ed è innegabile come la stessa logica della lotta alla minaccia fondamentalista richiederà di asserire nuovamente quelle identità europee nazionali e religiose che ora si trovano in pericolo.

Gli europei oggi salutano Bush confidando nel risultato di elezioni presidenziali che portino alla Casa Bianca un presidente che condivida le loro teorie post-nazionaliste, postmoderne e multiculturaliste. Ma non dovremo sorprenderci se negli anni a venire i grandi leader europei, al fine di difendere la libertà e per proteggere la democrazia nei loro paesi, inizieranno a comportarsi sempre di più come quel cowboy d’oltreoceano sincero e diretto che ora amano odiare. 

© Wall Street Journal

 Traduzione di Alia K. Nardini

Natan Sharansky, ex dissidente sovietico, è presidente dell’Adelson Institute for Strategic Studies presso il Centro Shalem a Gerusalemme. Il suo ultimo libro è "Defending Identity: Its Indispensable Role in Protecting Democracy" (ed. Perseus, 288 pp., $26.95).

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. Negli Stati Uniti d’America
    fede e ragione, per riprendere due termini molto cari al Santo Padre Benedetto XVI°, coesistono senza problemi e questo permette agli USA di essere quel grande paese che sono.
    L’Europa, invece, sta cercando di far fuori la fede, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
    Non solo: anche l’identità è mal vista in Europa e stanno cercando di renderci tutti uguali cancellando le peculiarità dei popoli europei.
    Identità e democrazia incompatibili?
    No purché si sappia di quale identità si sta parlando e anche in questo caso l’Europa è messa peggio di tutti. Concludo questo mio commento con un pensiero sul presidente George W. Bush, uomo e presidente che ammiro per la sua forza morale e per il coraggio con cui ha saputo prendere di petto e affrontare la minaccia del terrorismo islamico anche se, purtroppo, qualche errore è stato commesso.
    Ne sentiremo la mancanza… soprattutto se il 04 Novembre 2008 dovesse vincere Obama.

    Fra

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here