Per la prossima Dakar si pensa al Sudamerica
09 Gennaio 2008
di Redazione
La Dakar non parte, troppo rischioso il transito dalla
Mauritania. La notizia-bomba esplode quando la carovana è bell’e pronta a
mettersi in movimento, già radunata in quel di Lisbona. Dall’Africa
nord-occidentale giunge immediato un grido di dolore: sudano freddo le massime
autorità locali, piangono calde lacrime le casse delle regioni interessate
dall’evento. Il quotidiano senegalese Le Soleil prende subito le misure allo
scenario internazionale che si è delineato, attorno al raid rallistico più
famoso al mondo. E tira presto le sue amarissime conclusioni: “Gli
organizzatori si ripromettono di allestire una nuova, grande corsa da
disputarsi a gennaio 2009. Ma ancora sulle piste disegnate nei nostri
territori, e prima nel Sahara e in Marocco? Mica detto. Niente è più sicuro
ormai, sotto il ricatto della minaccia terrorista. Anzi, l’unico dato certo è
che la Dakar tradizionale di questi ultimi trent’anni la possiamo solo
rimpiangere, non c’è più, è stata fatta fuori”.
Sudonline.sn fa la conta delle perdite finanziarie e stima i
danni prodotti dal mancato passaggio di moto, auto e camion in una cifra vicina
ai 2 milioni di Euro. Un patrimonio. Lo stesso patron Etienne Lavigne, da
Parigi, rammentava l’enorme portata mediatica dell’evento, vastissima,
diffusa ben oltre l’ambito europeo
(“Saltano 100 ore di televisione e di spot pubblicitari venduti a caro prezzo,
s’interrompono collegamenti radiofonici, si cancellano pagine e pagine di
giornale. Non ne consegue alcuna promozione turistica ed economica del Senegal
e dei paesi vicini”). Subiscono una brusca frenata anche decine e decine di
progetti umanitari, intrapresi e seguiti nel corso del tempo, con
indispensabile regolarità. Che ne sarà di tutto il lavoro avviato e promosso
sul campo, e sostenuto da 650.000 Euro investiti dal pubblico e dal privato,
per lo sviluppo e la cooperazione?
Al Quay d’Orsay, al ministero degli Affari Esteri francese,
erano giorni che continuavano ad arrivare dispacci più che allarmanti.
Segnalazioni sempre più preoccupate e convergenti, tutte
d’accordo nel segnalare il massimo stato d’allerta per la sicurezza dei
cittadini transalpini ed europei, soprattutto quelli concentrati in alcune zone
dell’Africa settentrionale, in particolare tra Algeria e Mauritania. Bernard
Kouchner si sarebbe volentieri risparmiato l’altolà alla Dakar e all’Amaury
Sport Organisition, ha preso tempo finché ha potuto, si è mosso sempre con
grande discrezione. Ma alla fine il comando dall’alto è puntualmente arrivato.
Stop alla carovana, restate dove siete. Per la vostra incolumità, per carità di
patria, per ragion di stato. Non si scherza con il fuoco degli infiltrati di
Al-Qaeda, non si può correre il rischio di una qualche imboscata nel deserto. A
nulla è valsa ogni rassicurazione sull’ordine e la difesa militare, promessi
dai vertici delle nazioni attraversate dal raid motoristico. Troppo tardi,
troppo poco, niente da fare.
Per una bella fetta d’Africa resta il rammarico di
un’occasione persa, sopraggiunge l’inquietudine per il futuro di questa e altre
manifestazioni sportive internazionali, trapiantate laggiù a vantaggio di
molti. Nel frattempo, ecco improvvisa una contromossa dall’Ungheria: a Budapest
mettono sul piatto dell’Aso 2,2 milioni di Euro. Vogliono ospitare la partenza
della prossima, inedita Dakar. La vogliono al più presto. Nelle ultime ore si è
fatto avanti anche il Cile con la proposta di ospitare il rally 2009
nell’ottica di un suo spostamento in Sudamerica, così come proposto dal
quotidiano spagnolo AS. Ma che nome prenderà la manifestazione? Si chiamerà
ancora Parigi-Dakar? Arriverà ancora nella capitale del Senegal? E quanti
fuori-pista e fuori-programma dovrà prevedere, per rimanere (e sopravvivere) a
quelle latitudini?
