Per rilanciare la Regione e il paese bisogna investire sui giovani
24 Gennaio 2011
di V.M.
Il nuovo Patto Generazionale, promosso dal Presidente della Repubblica, deve avere come premessa la guerra ai criteri sperequativi di valutazione. "Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa", ha infatti recentemente sottolineato il Presidente Napolitano, "la partita del futuro è persa e non solo per loro, ma per tutti".
I giovani, dunque, protagonisti del presente oltre che del futuro dell’Italia, rappresentano la sfida più urgente, per la quale è necessario investire con “fiducia” e “dialogo”. I dati invitano ad una riflessione: nel Paese la disoccupazione è all’8,7% e per i giovani cresce in misura esponenziale. Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni il 29,2% è disoccupato. Peggio al Sud, dove i migliori rischiano di ripiegare sulla via della “fuga”.
Le politiche di oggi, allora, debbono operare per i giovani e con i giovani, per la costituzione di uno stato di diritto serio e prospettico che azzeri il malcostume radicato e che, attraverso il recupero di valori come merito e competenza, detti nuove solide basi per una società sana e produttiva.
La lungimiranza di un governo si individua proprio dalle politiche per le nuove generazioni. Il mercato dei giovani non paga dal punto di vista elettorale, quindi si tende ad ignorarlo. Eppure, i trentenni di oggi rappresentano la prima generazione che ha fatto un passo indietro rispetto a quella dei padri, visto che il passato ha consegnato loro una realtà devastata. Ma un cambio di rotta è possibile. Il Ministero della Gioventù è riuscito a far destinare 300 milioni della Finanziaria per fornire strumenti di sostegno ai vari disagi giovanili, divisi tra lavoro atipico (9 milioni), ammortizzatori sociali (34 milioni), prestito d’onore (20 milioni), 50 milioni per garantire presso le banche chi non ha requisiti per accedere ad un mutuo, 60 milioni per aiuti alla casa ed un progetto di doti da 5 mila euro per i nuovi nati e, ancora, 40 milioni per la costituzione di un fondo per sostenere i giovani talenti.
Si tratta di un inizio e di una prova di cambiamento. E se nell’agenda di Governo è già fissato un incontro tra i Ministri Gelmini, Sacconi e Meloni per discutere del Piano Italia 2020, il 2011 sarà per le Regioni un banco di prova per le programmazioni territoriali, tra luci ed ombre.
Mentre la Toscana e Puglia, per citare alcuni esempi, annunceranno a breve i loro piani da trecento milioni, il Piemonte prevede di investirne 42 e la Lombardia dovrà, invece, fare i conti con un taglio del 6,8% previsto dalla legge finanziaria regionale.
Ed eccoci alla Campania: sono stati pubblicati i primi avvisi pubblici del piano di azione per il lavoro, che stanzia 76 milioni di euro. Per i giovani tra i 18 e i 29 anni parte il bando “Più lavori più impari” per favorire l’inserimento dei giovani apprendisti, con un bonus di 5 mila euro alle imprese oltre a sgravi contributivi; incentivi di 4mila euro a chi assume apprendisti immigrati e di ulteriori 4 mila per le stabilizzazioni. Nell’arco di due anni, la Regione stima di destinare 200 milioni alla misure giovanili (fonte Sole24ore).
Ma non è tutto. Per i nostri ragazzi, spesso, arriva in soccorso Bruxelles. L’Europa all’inizio degli anni ottanta aveva già pensato, attraverso politiche mirate alla categoria dei giovani, il possibile percorso di rinascita degli Stati, affermando il principio che non è sufficiente lo status di giovane per costituire titolo di merito, se questo non si sostanzia di competenza e qualità. I giovani, cellula fondamentale di ogni società, debbono, quindi, essere accompagnati e sostenuti in un percorso motivazionale e di serrato approfondimento, che potenzi le peculiarità individuali in un quadro di positiva competitività.
La politica italiana deve lavorare per divenire veramente europea, utilizzando tutte le risorse a disposizione non nell’ottica di uno squalificante assistenzialismo, ma nella prospettiva di una salda autonomia. Se la programmazione europea per il 2007/13 è ancora ferma al 7% di spesa delle risorse a disposizione per il Mezzogiorno, è perché non si è centrato l’obiettivo: formare i giovani, agevolare i loro percorsi di approfondimento e specializzazione, sostenere i talenti, abolire l’annosa stratificazione di inefficienze operative e programmatiche, utilizzare le risorse a disposizione come moltiplicatori di crescita, guardare ai finanziamenti europei come uno start up mirato ad una futura autogestione, bandire autocommiserazione e vittimismo e lavorare per uscire dall’impasse, intraprendendo una vera politica del fare.
Il quadro è dolorosamente complesso: viviamo una crisi epocale, non c’è più corrispondenza tra economia reale e virtuale, la bolla speculativa che si è prodotta ha reso difficile l’azione dei governi, la crisi dei mutui americana si è rovinosamente estesa all’Europa travolgendo tutti gli stati. Tre le cause fondamentali: in primis, l’Italia ha il terzo debito pubblico senza però essere la terza potenza economica, questo perché il succedersi di governi tecnici ha imposto una politica che, attenta alla soddisfazione di tutte le istanze contingenti, per forza di cose non poteva operare che in un’ottica conservativa e non di investimento futuro; in secondo luogo, un’altra causa è la mancanza di una politica energetica, che carica l’Italia non autonoma di costi elevatissimi; terzo, l’eccessivo peso di gestione dello Stato per politiche di welfare sbagliate.
Il sovvertimento di questo stato di cose non può passare per un percorso indolore, perché deve andare a smontare i cosiddetti ”poteri forti”, tutta quella mole di privilegi acquisiti che minano il rinnovamento dalle fondamenta. E qui si ritorna all’argomento in oggetto: i giovani ed il loro percorso di riappropriazione di spazi meritati. La riforma dell’università, per esempio, tende a smontare la prassi della cooptazione privilegiata secondo criteri familistici, tenendo conto di merito e reali potenzialità e indirizzando la società tutta verso un regime di concorrenza leale, per riportare l’Università italiana tra le prime cento nel mondo. Ricerca e innovazione sono indispensabili, ma sono realizzabili solo dopo aver ristrutturato lo strumento che le crea, cioè il sistema universitario nel suo complesso, attraverso un programma di stabilità di politiche economiche e finanziarie.
