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"La risposta alla crisi è culturale"

Per Sarkò l’intervento dello Stato nella cultura non fa rima con statalismo

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In Francia, l’intervento dello Stato in campo culturale è sempre stato importante. Si è sviluppato sotto l’Ancien Régime, specialmente con il mecenatismo regale. E’ continuato con la Rivoluzione dove spunta il problema della tutela del patrimonio. La Terza Repubblica ha preferito l’educazione e la diffusione, soprattutto appoggiando musei e biblioteche, mentre la Quarta Repubblica ha favorito la decentralizzazione teatrale, con la creazione del Teatro nazionale popolare, il Festival d’Avignone e i centri drammatici nazionali.

Ma la data chiave nella storia della politica culturale francese è il 24 luglio 1959 con la creazione del Ministero della Cultura grazie alla volontà di De Gaulle e l’efficacia di André Malraux. Da questo momento in poi, la vita culturale francese diventa per la politica di fondamentale importanza. Questo ministero è di una novità assoluta ma conferma la volontà francese di perpetuare i fasti di una tradizione illustre. La cultura diventa "le grande affaire française",  espressione della maestosità del potere e della gloria della nazione. Una sorta di religione moderna.

Grazie al duo geniale De Gaulle-Malraux - si tende spesso a dimenticarlo - la destra non soltanto si fa protettrice dell’arte e della letteratura ma diventa l’iniziatrice di una vera e propria politica pubblica. La cultura è d’ora in avanti un dovere di Stato, una "raison d’être", al pari dell’educazione, della difesa o della diplomazia. E lo Stato si arroga il ruolo d’istitutore, d’intendente e di dispensatore di cultura.

Nonostante ciò, dal dopoguerra, il pensiero di sinistra ha imposto in Francia un’innegabile dominazione intellettuale come se un patto tacito fosse sancito tra le due parti politiche: alla destra il governo della cosa pubblica, alla sinistra l’autorità sulla cultura. Un’egemonia che "ha contributo a ridurre, grazie al suo carattere monopolista, il paesaggio culturale. Molti la denunciano come un vero e proprio terrorismo intellettuale", rileva l’editorialista del Figaro, Philippe Tesson. Grazie a un miscuglio, spesso contraddittorio, fatto di uguaglianza, solidarietà, libertà, diritti dell’uomo ma anche "loisir", divertimento, intrattenimento artistico, la sinistra è riuscita a occupare per anni, non senza arroganza, il campo dell’etica e dell’estetica.

L’arrivo al potere di Nicola Sarkozy corrisponde a un momento storico in cui il pensiero di sinistra è indebolito dal fallimento storico del socialismo. La pesantezza ideologica e moralizzatrice che la sinistra continua nonostante tutto a esercitare, produce in molti, noia e seccatura. Il genio politico di Sarkozy è stato quello di disinibire la destra dai suoi complessi e di esorcizzare la sua demonizzazione. Ma anche di aver saputo confondere le acque, impantanando i socialisti francesi in una querelle senza fine. In nome dell’atlantismo e dell’antitotalitarismo, filosofi d’estrazione di sinistra come André Glucksmann o Pascal Bruckner, hanno sostenuto Sarkozy fin dalla campagna elettorale.

Grazie alla famosa "ouverture", Sarkozy è riuscito poi ad attirare nel suo governo molte personalità di avversa sensibilità. L’ultimo in data è Fréderic Mitterrand, nipote di François, chiamato a dirigere il Ministero della Cultura. Con lui, Sarkozy si concede un patronimico altamente simbolico. Questa nomina conferma anche l’importanza crescente di Carla Bruni, sua moglie. La recente "loi Hadopi", che promuove la diffusione e la protezione della creazione su Internet, osteggiata dai socialisti, ha ricevuto il sostegno entusiasta di personalità come Michel Piccoli o Juliette Gréco. Sarkozy ha compreso che "con gli intellettuali a favore non si conquista il potere ma con gli intellettuali contro, si governa male".

Durante la cerimonia d’investitura del nuovo Consiglio per la creazione artistica, Sarkozy ha affermato: "La risposta della Francia alla crisi economica deve essere culturale, e spetta allo Stato portare il messaggio". Sarkozy, come i suoi predecessori, perpetua dunque la lunga tradizione francese d’intervento statale. Ma contrariamente a un de Gaulle o a un Mitterrand, la cultura per lui non è sacra o perlomeno non rappresenta una sfera della vita pubblica e collettiva che può astrarsi dalle regole del buon funzionamento. Non bisogna dimenticare che in Francia la stragrande maggioranza delle istituzioni culturali, dei festival, delle associazioni, vive di finanziamenti pubblici. E moltissimi sono deficitari. Sarkozy reinserisce valori come la responsabilità, l’azione, la risolutezza nella gestione della cosa pubblica e l’amministrazione della cultura non ne è esclusa.

 

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