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Per una critica delle Regioni italiane

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Dopo più di sessant’anni e una mezza dozzina di commissioni bicamerali incaricate poi miseramente saltate in aria è probabilmente arrivato il tempo delle riforme. Abbiamo sbandierato quest’argomento per vent’anni, brandendolo in ogni campagna elettorale, in ogni talk-show, su ogni social network come fosse la panacea di tutti i mali che affliggevano questo Paese.

L’ultima grande riforma organica della Costituzione di cui abbiamo memoria fu quella approvata durante il II Governo Amato, un pastrocchio tutto italiano e i cui costi ancora oggi stiamo pagando. Ci provò qualche anno dopo il Governo Berlusconi, uscì fuori un testo accettabile che venne però bocciato nelle urne. Dopo di che solo idee (un po’ confuse) e, soprattutto, parole.

L’Italia è l’unica democrazia occidentale che vanta ancora due organi legislativi che hanno gli stessi poteri e le stesse funzioni. Un lusso che, contando sulla nostra proverbiale lentezza, non possiamo permetterci. La riforma ideata da Renzi e dal ministro Boschi riprende, in parte, l’idea dei cosiddetti “saggi di Lorenzago” , i quattro esponenti politici di centrodestra che partorirono il progetto di un Senato Federale sulla falsariga del Bundesrat tedesco.

Anche nella riforma Boschi è previsto un Senato composto da delegati regionali ma, al contempo, la riforma del Titolo V, prevede una riduzione sensibile di quei poteri che nel 2001 la riforma costituzionale aveva attribuito alle regioni stesse. Assisteremo al paradosso di vedere attribuite alle regioni (depotenziate) una tribuna istituzionale non prevista in precedenza durante la loro fase di maggior potere. Ecco quindi che il paragone con l’efficiente sistema tedesco risulta snaturato in tutta la sua essenza.

La storia politica d’Italia ha sempre avuto, dall’alto medioevo in poi, un connotato provinciale più che regionale. Non è un caso che l’istituto regionale, pur previsto nella Carta del 1948 sia stato l’ultimo ad essere approvato (con quasi vent’anni di ritardo) e non senza contrasti. E non è un caso che la struttura amministrativa italiana riprenda ancor oggi quella piemontese che a sua volta l’aveva mutuata dall’esperienza napoleonica, totalmente incentrata su un sistema provinciale, più piccolo, meglio organizzato e soprattutto più efficace per le esigenze territoriali. Il grande intruso in questo quadro è proprio il profilo regionale, spesso ibrido, che ha unito storie e territori profondamente diversi tra loro.

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