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Il dilemma di Gaza

Perchè Hamas è costretta a combattere

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La crisi a Gaza deriva dal principale problema con cui Hamas deve fare i conti da quando ha preso il potere nella striscia: è molto difficile governare un territorio nella doppia veste di gruppo di resistenza armato e di partito politico. Ognuna delle due ambizioni interferisce con l’altra e per Hamas la resistenza è da sempre l’interesse fondamentale. Il cessate-il-fuoco con Israele richiede che Hamas fermi la sua offensiva – cosa che in effetti fa solo marginalmente – interrompa il contrabbando di armi e avvii i negoziati per la liberazione di Gilad Shalit. 

Il primo requisito è piuttosto realizzabile, perché alleggerisce la pressione internazionale su Hamas e gli permette di concentrarsi meglio sul controllo del territorio di Gaza, ma gli altri due sono fuori della portata di Hamas, perché comportano il ripudio stesso della sua ragione d’esistere e della base ideologica su cui si fonda il suo potere.

Hamas non può durare a lungo in assenza di un conflitto aperto, poiché le condizioni di vita a Gaza peggiorano di giorno in giorno e Hamas non è mai stata né interessata né capace di governare fuori da un contesto di guerra. In varie occasioni negli scorsi sei mesi sono stati attaccati i punti di accesso tra Gaza e Israele. Il motivo è semplice: portare alla loro chiusura e esacerbare così quella mancanza di cibo e carburante che alimenta il mito della vittimizzazione di Gaza per mano di Israele che così tanto credito riscuote nella comunità internazionale e tra i giornalisti stranieri. Tale vittimizzazione è doppiamente utile perché giustifica anche la ripresa in qualsiasi momento della guerra aperta contro Israele.

La paradossale conclusione è che la crisi, sia umanitaria che militare, è necessaria alla legittimazione e alla stessa sopravvivenza di Hamas. A lungo Hamas è andata avanti lungo questo crinale. E non appena una invasione o un’azione militare decisiva da parte di Israele torna ad essere probabile, ecco che Hamas accetta un nuovo cessate-il fuoco.

Ma Israele non dovrebbe più cadere nella trappola. Invece dovrebbe mettere in campo una campagna di eliminazione mirata dei leader di Hamas e la distruzione dei loro asset strategici, come i tunnel che servono al contrabbando delle armi.

Le elezioni politiche in Israele (tra le altre ragioni) sono un ostacolo all’avvio di una campagna militare su vasta scala. L’esercito israeliano può comunque mettere a repentaglio la capacità di Hamas di mantenere il controllo e la stabilità della striscia di Gaza pur limitando le perdite civili e il governo israeliano può spingere Hamas nella posizione di dover chiedere un cessate-il-fuoco in condizioni sfavorevoli e persino umilianti o di andare allo scontro finale e al martirio. Ma questo è proprio il dilemma che Hamas spera di non affrontare mai.

 

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