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L'altra casta

Perché in Europa calano gli iscritti al sindacato e in Italia no?

 

In Italia, così come in molti altri paesi dell’Unione europea, la rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori della pubblica amministrazione è stata caratterizzata e lo è tuttora, da una densità sindacale decisamente più elevata rispetto a quella registrata nel settore privato.

Il caso italiano si contraddistingue da una marcata frammentazione organizzativa: per questo il tema della rappresentatività sindacale può dunque essere considerato un tradizionale ed al contempo attuale oggetto di discussione tra i diversi attori che operano nel settore pubblico, fra datori di lavoro e sindacati, ma anche e soprattutto tra sindacati stessi.

Nel pubblico impiego, era quanto mai urgente un intervento normativo di razionalizzazione, di trasparenza, di "governo" delle relazioni sindacali. Rappresentare il lavoro nei luoghi di lavoro può confondersi in un ossimoro giuridico. Le pubbliche amministrazioni sottoposte ad un processo di ammodernamento continuo (separazione tra competenza "politica" di indirizzo e di controllo, "responsabilità" amministrativa di gestione, nuova dirigenza, snellimento procedurale, delegificazione, contrattualizzazione del rapporto di lavoro, in breve, la riforma Brunetta), imporranno, tra le altre cose, una rivisitazione della contrattazione integrativa a livello aziendale che richiederà da una parte coerenza con il CCNL e, dall’altra, soggetti contrattuali legittimati e unitari.

Dagli anni ’80 l’orizzonte e lo spazio della rappresentatività sindacale sono sovraffollate di sigle (frammentazione degli interessi, nascita ed espansione del sindacalismo "autonomo-corporativo", entrata in crisi dei criteri di rappresentanza e di rappresentatività in seguito al referendum dell’11 giugno 1995) e a dimostrazione della insostenibilità della situazione pre-decreto 396/’97 e della forte esigenza della redifinizione dei criteri di rappresentatività bastino alcune cifre: 120 le sigle sindacali nei settori pubblici (fonte Aran) e 714 sigle censite.

Prendendo in considerazione l’insieme di tutti i comparti e delle aree di contrattazione di ciascun settore (il 52% delle 714 sigle non supera lo 0,1% del totale delle deleghe del proprio comparto; il 30% non raccoglie più di 10 deleghe; l’11,5% ha soltanto una delega) si resta pur sempre a 412 confederazioni. Peraltro oltre la metà (quasi il 52%) dei sindacati di prima affiliazione ed oltre il 46% delle confederazioni non raggiungono lo 0,1% del totale delle deleghe nei rispettivi comparti o aree, ovvero 40 volte meno della soglia minima di rappresentatività definita per il primo anno di applicazione del d.lgs. n. 396/1997, mentre si arriva a quasi il 70% tra il personale non dirigenziale dei tre grandi comparti degli enti locali, della sanità e della scuola. Il 31% dei sindacati di prima affiliazione ed il 28% delle confederazioni non superano la soglia delle 10 deleghe in numero assoluto (e circa il 10-11% si ferma ad una sola delega!).

Occorreva trovare un criterio per la rappresentanza unitaria sindacale sui luoghi di lavoro, "sfoltire" la marea di sigle, ridefinire la titolarità dei soggetti abilitati alla contrattazione. Nessuno nega che le stesse abbiano, vigente il d.lgs. n. 165/2001, un fortissimo potere sub specie delle diverse forme di relazioni sindacali (partecipazione, consultazione, concertazione, contrattazione) ivi presenti e disciplinate.

Mentre in Italia lo squilibrio tra il panorama della distribuzione dei lavoratori nell’apparato produttivo e quello registrato nel tesseramento delle confederazioni è determinato anche dalle forme specifiche di finanziamento del sindacato, in Europa il tasso d'affiliazione ad un sindacato è diminuito negli ultimi 30 anni e questo ribasso è soprattutto dovuto al declino dei settori che costituivano le forze vive del sindacalismo, come le grandi industrie (miniere, siderurgia ecc.).

Le ragioni sono anche culturali - i giovani, i migranti ed i lavoratori dipendenti del settore privato sono meno propensi ad iscriversi – e numerose organizzazioni conducono azioni e campagne attive a fermare il ribasso delle adesioni ed anche aumentare il numero dei loro iscritti. Le forme di partecipazione sindacale in Europa sono il frutto di una lunga evoluzione. Infatti, “la cultura della partecipazione” nasce come una forma di coinvolgimento dei lavoratori riconosciuta in modo strumentale dalle imprese per consentire attraverso relazioni stabili fra direzione e dipendenti il contemporaneo buon funzionamento del mercato ( non è un caso che il capo VIII del d.l. firmato dal Presidente della Repubblica il 25 giugno u.s., si titoli, e non senza un po’ d’enfasi: “piano industriale della pubblica amministrazione”) e la sua positiva ricaduta sugli stessi lavoratori. In ambito comunitario solo con la Carta Sociale e con la carta di Nizza si afferma il principio per cui la partecipazione dei lavoratori è un loro diritto sociale fondamentale. La nascita della società europea affermerà, infatti, il principio di una partecipazione che codifica il diritto dei lavoratori e delle loro rappresentanze, a prendere parte ai processi decisionali, prevedendone la presenza all’interno degli organismi societari di amministrazione o sorveglianza.

Il Trattato UE attribuisce alle parti sociali il diritto di formulare proposte legislative proprie, attraverso accordi intersettoriali sulle principali questioni di politica sociale. Le parti sociali hanno già negoziato tre accordi a livello europeo, cui è stata data applicazione, in seguito, tramite importanti direttive europee che fissano diritti essenziali per i lavoratori: congedo parentale (1996); lavoro a tempo parziale (1997); contratto a tempo determinato (1999). Le parti sociali europee -  prima fra tutte la CES (confederazione europea dei sindacati) di cui attualmente fanno parte 81 Confederazioni sindacali nazionali provenienti da 36 Paesi europei, e 12 Federazioni industriali europee, per un totale di circa 60 milioni di tesserati collaborano con tutte le istituzioni comunitarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Il suo diritto di rappresentare gli interessi dei lavoratori europei nella formulazione delle politiche sociali, macroeconomiche e dell’occupazione nell’UE è esplicitato nel Trattato UE: e la CES partecipa ogni anno ai vertici sociali tripartiti elaborando la risposta dei sindacati alle proposte della Commissione europea e dialogando con un gruppo interpartitico di membri del Parlamento europeo; coordinando la partecipazione dei sindacati a numerosi organi consultivi, fra cui il Comitato economico e sociale e le agenzie UE per la formazione professionale (CEDEFOP), per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Fondazione di Dublino), e per la salute e la sicurezza sui posti di lavoro (Bilbao). Dal 2002, inoltre, la CES ha ulteriormente ampliato il suo ruolo a livello dell'UE in materia di relazioni industriali, promuovendo lo sviluppo di un dialogo sociale autonomo fra rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Le parti sociali hanno concluso accordi “autonomi” sul telelavoro (2002), sullo stress legato al lavoro (2004), sulle molestie e violenze sul posto di lavoro (2007), su un quadro d’azione per sviluppo delle competenze e delle qualifiche lungo tutto l’arco della vita (2002) e un quadro d'azione sulla parità fra uomo e donna (2005). A tali accordi viene data applicazione dalle stesse parti sociali a livello aziendale, regionale e nazionale. L’attuale programma di lavoro pluriennale delle parti sociali proseguirà per l’intero 2008 discutendo, altresì, nelle riunioni biennali del Dialogo macroeconomico (MED) di politica economica con il Consiglio “Affari economici e finanziari” dell’UE (Consiglio ECOFIN), la Banca centrale europea (BCE) e la Commissione. Insomma un potente ed importante monopolio rappresentativo a livello sindacale che “concerta “ – metodo politico e metodo di coordinamento tra diversi sistemi normativi - e realizza una funzione delegata al sindacato nell’interesse generale.

Se in Europa 81 Confederazioni sindacali nazionali provenienti da 36 Paesi europei e 12 Federazioni industriali europee possono sembrare tante, in Italia 714 organizzazioni sindacali di prima affiliazione - tenendo conto che molti di questi “sindacati” aderiscono a confederazioni o a organizzazioni di secondo livello, che possono essere presenti in più comparti o aree - diventano senza dubbio troppe.

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6 COMMENTS

  1. Il panorama sindacale
    Il panorama sindacale ialiano, come decritto, è davvero desolante…
    Grazie, però, all’autore del pezzo, puntuale ed efficace, per aver squarciato il velo sul ridondante sistema rappresentativo made in Italy!

  2. Commento
    Finalmente qualcuno che ha il coraggio di scrivere sulla vera realtà sindacale italiana!!!!
    Ho 25 anni, non ho mai avuto tessere sindacali e sarebbe ora che qualcuno riorganizzasse l’intero sistema… prendiamo esempio da quello che succede in Europa.

    Grazie all’autore del testo.

  3. La difficoltà del sindacato
    La difficoltà del sindacato italiano risiede non solo nella parte “organizzativa”, ma anche e soprattutto, come ben ha evidenziato l’autore dell’articolo, nella parte normativa. E’ovvio che se l’art.39 della Costituzione non verrà applicato non riusciremo ad avere Mai sindacati degni di questo nome. grazie a voi

  4. rappresentanza sindacale
    Credo che in Italia 714 sigle siano troppe! il siatema va riorganizzato, ma tra i sindacati esiste una vera e propria campagna acquisti di scambio di iscritti (es. iscrizione tripla!) in concomitanza con le rilevazioni della’Arean nella PA. Sono iscritto al sindacato e ritengo che per cambiare le cose dall’interno sia necessario partecipare attivamente alla vita sindacale nel rispetto dei principi democratici. Complimenti all’autore, molto preciso e puntuale. Per quel che riguarda il Min. Brunetta e la sua riforma credo che sia necessario guardare prima alla “trave “nel proprio occhio e poi all”pagliuzza” nell’occhio dei lavoratori! …che sia la base per esternalizzare tutto e proseguire nello sfascio che grazie alle riforme bassaniniane ha portato nella PA avvenenti direttori generali 30enni senza esperienza?

  5. E’ sicuramente di
    E’ sicuramente di rilevante importanza rivedere ed affrontare il problema della rappresentanza e della rappresentatività sindacale. Tuttavia nel perseguire questo giusto obiettivo si corre il rischio che per “sfoltire la marea di sigle” ed in nome della semplificazione degli schieramenti di cui, come riportato nell’articolo, c’è indiscutibilmente bisogno, la rappresentanza sindacale possa seguire logiche meramente partitiche e di spartizione del potere. Il sindacato, è vero, deve cambiare ma cambiare promuovendo maggiore trasparenza al proprio interno ed accogliendo e facendo proprie le istanze di un mondo del lavoro molto diverso da quello di alcuni anni fa.

  6. E’ sicuramente di
    E’ sicuramente di rilevante importanza rivedere ed affrontare il problema della rappresentanza e della rappresentatività sindacale. Tuttavia nel perseguire questo giusto obiettivo si corre il rischio che per “sfoltire la marea di sigle” ed in nome della semplificazione degli schieramenti di cui, come riportato nell’articolo, c’è indiscutibilmente bisogno, la rappresentanza sindacale possa seguire logiche meramente partitiche e di spartizione del potere. Il sindacato, è vero, deve cambiare ma cambiare promuovendo maggiore trasparenza al proprio interno ed accogliendo e facendo proprie le istanze di un mondo del lavoro molto diverso da quello di alcuni anni fa.

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