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Storia di Gianna

Perché l’8 Marzo va rivisto October Baby

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Nel florilegio di hashtag e iniziative sul gender che come ogni anno caratterizzano l'8 Marzo, suggeriamo a chi non l’avesse fatto di guardare October Baby, il film dei fratelli Erwin uscito nel 2011 e ispirato alla storia di Gianna Jessen.  

Gianna è un’attivista pro-life americana nata prematura e con disabilità fisiche dopo un tentativo di aborto, fallito, della madre. I medici dissero che Gianna sarebbe diventata cieca, restando paralizzata, e pare che qualche camice bianco più solerte di altri abbia suggerito vedrete che non sopravviverà in una condizione del genere.

Quanto si sbagliava! Quando la madre adottiva raccontò a Gianna com’era nata, la “Bambina di Dio” decise di impegnarsi anche politicamente testimoniando con la sua storia il diritto alla vita. Iniziò a girare il mondo in lungo e in largo e solitamente inizia i suoi discorsi dicendo “Sono stata abortita e non sono morta”.

Nel 2000, Jessen ha parlato al Congresso degli Usa per sostenere il Born Alive Infants Act, la legge voluta dal presidente Bush per estendere la protezione legale ai bimbi nati vivi dopo tentativi falliti di interruzione della gravidanza. Di seguito, riproponiamo una stimolante recensione di October Baby scritta da Suzanne Venker e apparsa tempo fa sulle pagine della National Review. Alla fine degli anni Novanta, è stata pubblicata anche una biografia della Jessen, curata dall’autrice americana Jessica Shaver.

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Sfortunatamente, le tematiche cristiane sono merce rara nei film di Hollywood. Ma di tanto in tanto, un regista coraggioso produce un film che si differenzia dagli altri in modo sostanziale: affronta la verità. October Baby è uno di questi film.

Quando l’ho visto nel weekend, mi è tornata in mente una frase di Samuel Adams: “Non è necessaria la maggioranza per prevalere, basta una minoranza indignata e tenace pronta a incendiare le menti degli americani”.

October Baby descrive nei dettagli quella parte oscura dell’aborto che gli americani guardano raramente. Il film ha il coraggio di mostrare la realtà di quel che accade nelle cliniche di questo Paese e quale tributo emotivo tocca alle donne che hanno vissuto l’esperienza di un aborto. I registi Jon ed Andrew Erwin fanno capire che il film è destinato a essere “terapeutico”.

Certamente non la vedono così i media mainstream che nel 99% dei casi preferiscono inchinarsi sotto l’altare del femminismo. Secondo il critico cinematografico del New York Times, Jeannette Catsoulis, October Baby incarna “l’orrore allo stato puro”. Come mai? Perché il film “comunica nel linguaggio della paura e della colpevolezza”.

Commenti del genere sono un esempio perfetto del motivo per cui l’America è così divisa sulle “social issues”. Le questioni sociali necessitano di un giudizio morale e impongono di fare i conti con verità sulle quali molti preferirebbero restare zitti. Per quella parte della popolazione che ha una fede religiosa, trovarsi di fronte a queste verità significa fare un’esperienza di forza e di redenzione.

Pensiamo alla scena dove Hannah, la protagonista, entra in una Chiesa Cattolica (pur essendo Battista) per cercare risposte sul suo passato. Un sacerdote la vede e si siede accanto a lei. Grazie a un confortante cambiamento di prospettiva, il prete non viene descritto come un omosessuale represso o pedofilo, come accade nella maggior parte dei casi quando abbiamo a che fare con i produttori hollywoodiani.

Al contrario, il prete è una persona stupenda che risponde in maniera unica ai problemi di Hannah, come fanno la maggioranza dei sacerdoti che ho conosciuto io. All’inizio, il sacerdote ascolta. Poi, mentre predica il perdono, invita Hannah a intraprendere un percorso che la porterà a liberarsi dei suoi demoni e andare avanti con la propria vita. Questo è quel che si dice guarire.

Eccetto per le persone che non hanno fede. Per costoro, trovarsi davanti alla verità significa sentirsi in colpa. Così l’unica alternativa diventa polemizzare con gli altri. Ecco perché la signora Catsoulis si riferisce ad Hannah descrivendola come “fresca” e immatura. Dopotutto, Hannah non si comporta come le altre protagoniste femminili che la Catsoulis è abituata a vedere nei film. Non beve, non fuma, non si droga.

Quel che è peggio, Hannah non finisce a letto con l’amico d’infanzia quando i due si ritrovano in un albergo durante un viaggio (era la sola stanza rimasta che potevano permettersi). Una scena poco realistica, commenta il critico cinematografico Joe Williams del St. Louis Post-Dispatch. Dopo tutto, la maggior parte delle donne che si fossero trovate nella situazione di Hannah sarebbero ubriache, godendo dei loro “amici con tutti i vantaggi”. Per una svista del genere, Williams definisce October Baby “troppo fragrante” e “arretrato”. Aggiungendo che il film “funzionerebbe meglio come adesivo sul paraurti”.

In realtà, caro mister Williams, October Baby non potrebbe essere più realistico. Nel mondo esistono molte più ragazze giovani e con dei valori di quante lei e il resto della elite dei media possiate immaginare. E per quanto la maggior parte degli aborti non accadono nel modo in cui vengono descritti nel film, le emozioni e il tumulto che circondano questa esperienza sono assolutamente reali. Così tanto che alla fine del film, i registi intervistano Shari Rigby (che interpreta la madre biologica che ha avuto l’interruzione di gravidanza) sull’aborto che l’attrice stessa ebbe venti anni prima. Scopriamo allora che, mentre interpretava il suo personaggio, Shary non stava recitando.

Non ci si potrebbe trovare di fronte a qualcosa di più realistico. Il che ci porta a dire: ogni film considerato off-limits dall’elite dei media ci farà venire ancora più voglia di guardarlo. Quando bisogna valutare questioni di natura morale siamo davanti a due possibilità: possono dirci cosa pensare o possiamo farlo con la nostra testa.

Tratto da National Review

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