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Petrosino e la “questione del senso” della pandemia

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Gradualmente, come era immaginabile, cominciano ad uscire libri, o meglio instant book, di riflessione sulla pandemia e sulle sue conseguenze. Il virus interroga ovviamente anche la filosofia, ma le voci dei filosofi sono state finora assenti dal dibattito. E per fortuna anche dal cicaleggio mediatico. Anzi, quante più persone si sono incamminate lungo gli impervi sentieri di riflessioni moraleggianti sul senso della vita, tanto più i filosofi di professione sono restati muti. Il motivo lo spiega bene Silvano Petrosino, che insegna filosofia teoretica alla Cattolica di Milano, apprezzato studioso di Lévinas e Derrida, che esce in questi giorni con un libro-intervista realizzato dall’editore Interlinea di Novara (Lo scandalo dell’imprevedibile. Pensare l’epidemia, pagine 80, euro 10). Chi esercita in modo non estemporaneo la filosofia ha sempre presente, fosse anche incosciamente, l’insegnamento che si trova in quel passo di Al di là del bene e del male in cui Nietzsche perentoriamente afferma che “è molto importante che rifletta sulla morale il minor numero di uomini possibile – ha quindi grande peso il fatto che la morale non diventi un bel giorno interessante”. Non osiamo pensare cosa Nietzsche avrebbe detto delle mille iniziative di impronta etica, persino di “etica applicata”, che riempiono i programmi dei corsi universitari nei tempi nostri di trionfo del razionalismo e del nichilismo di massa (che lui fra l’altro aveva annunciato).

Sì, l’etica è diventata “interessante”, ma l’etica in mano ai moralisti e agli accademici, ai tecnocrati e a chiunque (tanti) trovi conforto di “gregge” nel conformismo che ama suonare la solita “canzone d’organetto”, diventa presto il suo contrario e addirittura una “perversione”. Petrosino comunque accetta la sfida dell’incomprensione, e anche della difficoltà, e affronta di lato la “questione del senso” della pandemia, perché questo significa in fondo “pandemia e filosofia”. Lo fa lavorando, insieme all’editore-intervistatore, sul concetto di “imprevedibilità”, che è quello che egli associa in prima istanza alla comparsa del virus. “L’epidemia che ci ha colpito -scrive- si è manifestata con la violenza dell’imprevedibile, è stata una vera e propria ‘irruzione dell’imprevedibile’”. Ora, la nostra vita è piena di imprevedibili, ma per lo più si tratta di imprevedibili pre-visti, o meglio (come può essere un incidente o un terremoto) messi nel conto. Qui ci troviamo di fronte però a qualcosa di più radicalmente imprevedibile, che rimanda a calamità che inconsciamente pensavamo appartenere ad altri tempi, che definiamo “bui” in ossequio alla “narrazione illuministica” trionfante. E che ci sembrava fino a ieri ancora più impossibile che si realizzassero in questo modo e su questa scala in quanto tutto il nostro tempo è fondato sulla idolatria della Tecnica, in base all’idea di un nostro quasi illimitato potere di prevedere/progettare il futuro. Il futuro che, in questo senso, va ben distinto dall’avvenire: “avvenire -scrive ancora Petrosino- è precisamente ciò che non può essere previsto/progettato; esso è il campo dell’evento, dell’avvenimento, di ciò che viene e accade, e ciò che accade e viene lo fa sempre senza avvisare, senza pre-avvisare. Accade, ad esempio, che ci s’innamori, ma è una follia progettare di innamorarsi; nessuno può prevedere con serietà quando e se s’innamorerà”. La nostra hybrisrazionalistica, dimostratasi in questo caso (e non solo) poco razionale, ha preteso di ridurre sempre più lo scarto fra imprevedibile e futuro, fino quasi a pensare e a farci pensare di averlo annullato. È stata poco razionale perché non ha tenuto nel debito conto (ragionare è “far da conto”, “calcolare”, secondo l’etimo) l’idea del limite, considerandolo come qualcosa da superare costantemente, un ostacolo da rimuovere, e non come un elemento da inglobare nel proprio progetto di vita. Mentre “un uomo che rispetta il limite, riconosce l’imprevedibile (aprendosi a un avvenire che va al di là del ‘suo futuro’) … forse si trova nelle condizioni più ‘favorevoli’… per riuscire a ‘restare’, ad ‘ammettere lo scandalo’, a ‘tentare di fare del bene’ e soprattutto a ‘non abituarsi alla disperazione’”.

Lungi dall’essere irreale o surreale, la situazione che stiamo vivendo ci fa finalmente capire che quella che chiamavamo “realtà” non era altro che il “mondo”, ove tutto funzionava ed era regolare, prevedibile, un parto della nostra fantasia impregnata di presupposti razionalistici. Una distinzione, quella fra razionalità e razionalismo, che torna utile pure per affrontare, a mio avviso, il tema ulteriore della scienza. Che va sganciata dalle opposte semplificazioni di chi, in questi giorni, va scrivendo che la scienza si sarebbe presa una rivincita sui “populisti” esaltatori dell’ “incompetenza” dell’ “uno vale uno” che l’avano denigrata e degli altri che osservano invece che essa ha mostrato tutta la sua inconsistenza con lo spettacolo di virilogi che, con arroganza e sicumera, hanno detto e si sono contraddetti in continuazione. Non è semplicemente questione della logica “fallibilista” della scoperta scientifica che non collima con l’immagine “salvifica” (e sostitutiva della religione) che della scienza hanno le persone comuni (altro che predominio in Italia di una cultura antiscientifica!) e, ahimé, spesso gli stessi scienziati. Che giustamente Petrosino distingue dal loro prodotto, la scienza appunto. Il problema a me sembra essere soprattutto quello dello scientismo, che appiattisce il concetto di verità e quello di realtà, e anche la ragione umana, su una visione del mondo che si vorrebbe “scientifica” perché affatto priva di presupposti, e invece non lo è. Una visione parziale, che non  coglie la pienezza di senso e di vita presente in altre attività umane non oggettivabili (cioè che non assumono il presupposto oggettivante) come l’arte, la storia, la fede, la passione. Maturare in questa consapevolezza, almeno un po’, sarebbe il più bel risultato che potrebbe consegnarci la pandemia. Dubito che sarà così, ma per onestà intellettuale debbo aggiungere che non mi convince, perché lo moralistico,  l’auspicato exit proposto da Petrosino sulle tracce del Camus che invitava “a camminare nelle tenebre e tentare di fare il bene”. 

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