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Uno stop and go fiscale

Piccolo commercio e turismo: lo Stato non condanni le pmi se vuole salvare se stesso

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Le accompagniamo alla chiusura o le salviamo? Si sta forse cercando di fomentare disordine sociale per ottenere un qualcosa del genere?

La guerra strisciante e sottotraccia alla piccola impresa nasconde ma in realtà implica questi interrogativi. Di tutto e di più è stato detto e scritto in questo periodo sul salvataggio delle PMI, con riferimento ai pubblici esercizi e al comparto del piccolo commercio e turismo in particolare. Da autorevoli voci si è persino paventato (auspicato?) un “accompagnamento” alla chiusura, e gli improvvidi inviti alla riconversione o a “cambiare mestiere” si sono sprecati.

Ebbene, cominciamo con il dire che tra lo Stato italiano e i comparti sopra citati il rapporto, soprattutto negli ultimi anni, è stato ed è di amore odio. Le piccole imprese di quei settori vengono tacciate, quando di non essere inutili, di non sposare appieno la necessità di percorsi di crescita, digitalizzazione e aggregazione (in parte vero), e dall’altra parte queste accusano lo Stato di non averle mai pienamente sostenute se non a parole, soprattutto nei consessi internazionali laddove da sempre lo Stato acriticamente sposa la causa della “necessaria crescita dimensionale” fine a sé stessa. Cosa che, in quei settori, senza interventi propedeutici alla crescita intersistemica significa vendere, chiudere o condannarsi all’eutanasia. (vedi direttiva Bolkestein, giusto per fare un esempio).

Questo è il paradigma in campo ormai da decenni. Non intendo in questa sede elaborare una analisi complessa e dettagliata di tutti gli aspetti storico-culturali ed economici inerenti il tema in questione, c’è già abbondante letteratura in merito, bensì prendere atto della situazione e individuare la causa ultima della questione e, sulla base di ciò, suggerire soluzioni che tocchino finalmente e una volta per tutte la dimensione filosofica essenziale del tema. Se non si cura la radice, inutile intervenire sulle foglie.

Vengo al dunque. Di base abbiamo un sistema Stato che (spesso a livello politico e quasi sempre negli esponenti dell’apparato burocratico esteso sino alle istituzioni locali) mal sopporta questi milioni di aziende, che le ritiene difficili da gestire burocraticamente e che ha sposato appieno delle politiche economiche, bancarie e normative dettate da un’Europa (che ritengo non volontariamente colpevole) che non conosce il tema e detta direttive semplicemente inadatte. Se un padre (Stato) ha dei figli piccoli non risolve il problema chiedendo e pretendendo da loro che crescano. Sono piccoli, punto. Dovranno trovare, con l’aiuto del padre, sistemi di competizione basati sull’aggregazione delle forze ed essere facilitati nella costruzione di ecosistemi in cui vivere e prosperare per creare il reddito necessario a sé stessi e riversare ricchezza su tutta la famiglia. Un padre non accusa i figli piccoli di contribuire poco alle spese della famiglia senza dare loro la giusta istruzione e i mezzi per farlo, e soprattutto non pretende che questi partecipino alle olimpiadi nel basket quando il loro sport naturale è il calcio, che è comunque uno sport olimpico.

Quale il vero terreno di scontro quindi? La tassazione e gli obblighi normativi e burocratici! Quale il paradigma che rende ad ora impossibile ogni soluzione? Lo Stato ha assoluto bisogno di tassazione e risorse, non è mai riuscito nell’intento utopico di rendere grandi dei figli piccoli e farli giocare allo sport che a lui aggrada e pretende comunque da questi quello che non possono dare. Di contro i figli (le imprese) hanno ormai compreso che il loro futuro passa da processi di aggregazione ecosistemica, basati sulla digitalizzazione e la condivisione di competenze ed erogazione centralizzata e su vasta scala di servizi ma non hanno più la forza di farlo perché sono arrivate già asfittiche al passaggio inaspettato e cruciale della storia: ovvero il Covid.

Questa la causa ultima del vero dilemma che affligge l’Italia oggi. Lo Stato da un lato tormenta assurdamente le piccole imprese, le sostiene a parole, nei fatti “stenta con evidenza” a salvarle, ma non se ne può in ogni caso liberare perché non ha capacità di generare tassazione al di fuori di questi comparti che, di fatto si sono rivelati strategici. Non esiste infatti tassazione sostitutiva nel grande movimento del commercio/turismo online internazionale. E’ anzi vero il contrario in quanto queste potenze sovranazionali hanno semplicemente dimostrato di saper utilizzare il nostro territorio in piena “modalità colonizzazione ottocentesca” senza nulla cedere in cambio se non l’utopia del progresso digitale fine a sé stesso, non oggettivata da progresso economico e sociale ma giusto da qualche piattaforma logistica e da migliaia di sfortunati e spesso sfruttati “pedalatori” per consegne capillarizzate di prodotti e cibo. Ed è poco diverso nel turismo puro, con le major delle prenotazioni controllate.

Le piccole imprese del turismo/commercio/pubblici esercizi d’altro canto resistono (per ora) a tutta la vessazione e ai mancati indirizzi di sostegno statale mettendo in campo strategie di sopravvivenza che vanno anche oltre il tanto in voga concetto di resilienza. Resistono, vero, ma lasciano sangue, lacrime e sudore sul terreno, non possono più accedere al credito, non hanno più il pedigree, diventato internazionale ai tempi della globalizzazione, intonso (Criff, cartelle esattoriali, ritardo nel pagamento contributi, a volte piccola evasione ne hanno minato la credibilità) perché l’apparato burocratico statale le ha davvero strozzate e ciò impedisce loro di fatto di lavorare sull’aspetto fondante dell’impresa che è l’innovazione e l’investimento.

A poco sono servite le rottamazioni saldo e stralcio, per due motivi. Il primo è che le condizioni proposte erano in molti casi inaccessibili, il secondo è che non c’è stata dietro quelle pur lodevoli iniziative l’inversione oggettiva e concreta di tendenza nel comportamento vessatorio dello Stato, quanto piuttosto un piccolo time out. Una rottamazione deve contemplare la possibilità di resettare tutto il pregresso e non una parte. Per esempio, se una impresa ha 3 anni di contributi scoperti con l’INPS, che l’istituto non ha ancora trasformato in cartelle esattoriali in capo all’Agenzia delle Entrate (caso frequentissimo), la discrasia tra la reale posizione debitoria favorevolmente sanabile e la possibilità di sistemarne solo una parte (quella presente in Agenzia delle Entrate) produce l’effetto di inutilità e procrastinazione della problematica.

Questo certo è solo un esempio, ma assai frequente. Potrei, e forse dovrei, farne altri ma penso basti ricordare come il 40% dei finanziamenti emergenziali Covid garantiti al 100% dallo Stato siano stati processati negativamente dal sistema bancario per inquadrare con lampante lucidità la gravità della situazione generale.

Torniamo comunque alla centralità del tema. Lo Stato deve in primo luogo fare una scelta di campo chiara, definitiva e incontrovertibile: salvare i suoi figli! Sì, e lo deve fare con assoluta velocità per salvare sé stesso e dare “respiro di lungo periodo a quei comparti che ha ritenuto non strategici”. Perché saranno proprio quelle aziende e quei comparti che hanno eroicamente resistito a dieci anni di crisi economica (mai superata dall’Italia), che sono figli legittimi di questo Stato, che hanno subìto strette creditizie epocali, che sono stati vessati da CRIFF e meccanismi simili, che hanno visto una ulteriore stretta bancaria a partire dal 01/01/2021 (passata sotto silenzio ma tecnicamente terribile), che combattono contro strumenti sconosciuti al grande pubblico ma micidiali quali DURC urbani, nuovi poteri investigativi di comuni ed enti (vedi ex art. 15 ter del DL 34 – 2019 legge 58/2019), e nonostante tutto sono ancora vivi, a formare la prima linea di difesa dello Stato. Perché si, quelle aziende se salvate e messe in condizioni di lavorare si riveleranno la leva vincente del rilancio economico del Paese, semplicemente perché sono le cellule che formano il corpo e l’ossatura del sistema Italia. Come fare questo? Con l’unico mezzo possibile: uno stop and go fiscale, un reset serio e totale che non può essere che un condono, che consenta in via definitiva ai comparti delle piccole imprese del turismo, commercio, pubblici esercizi di riprendere la via dello sviluppo, crescita, conseguire innovazione da perseguire con la costruzione di ecosistemi d’imprese, digitalizzazione, creazione di consorzi ecc ecc .

Questa e non altra è la soluzione. Anche con interventi normativi urgenti che vadano oltre gli strumenti delle leggi di esdebitazione. Questi strumenti sono infatti parziali e non funzionali al rilancio delle imprese e hanno altri compiti. Occorre normare e immediatamente mettere a regime un tutoraggio d’impresa che possono svolgere solo le organizzazioni di categoria in grado di individuare e utilizzare tutti gli strumenti già noti e da adottare per il salvataggio in primis, e il contestuale rilancio e indirizzo programmatico delle aziende poi, senza rifuggire dall’ eventuale facilitazione ordinata della chiusura per chi è condannato già ora a NON poterlo fare. Perché si sappia che esiste anche questo fenomeno, ovvero aziende che da anni eutanasizzano senza poter chiudere. Senza questo intervento il Prof. Monti avrebbe ragione: inutile dare ristori ad aziende destinate (indirizzate?) al fallimento.

Il governo deve mettere la questione reset fiscale e tributario al primo posto in agenda. Altro che minidilazioni del timing di spedizione delle cartelle esattoriali. Senza questi interventi un futuro di disordini sociali non appare solo prevedibile quanto coerentemente certo. Già ora sono noti i movimenti spontanei tipo #IOAPRO, che saranno in piazza a Roma il 30 gennaio. Che lo Stato si svegli e dia forza, argomentazioni e strumenti alle associazioni di categoria, le uniche in grado, con i giusti mezzi e strumenti normativi, di condurre in porto la ripartenza dei sistemi oggi semplicemente chiusi e domani impossibilitati a ripartire. E’ utopia anche solo pensare che, alla luce dei mesi senza lavoro, alla luce dei debiti accumulati, alla luce della liberalizzazione dei licenziamenti, questo possa accadere in modo ordinato e programmatico.

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