Politica e sensualità nella Roma del ‘700
09 Settembre 2007
Immaginiamo
un appartamento di lusso ai Parioli – ad esempio in uno dei quei palazzi che da
Via Denza si affacciano su Piazza Euclide, costruiti pensando alle esigenze dei
“gerarchi” dell’ultimo scorcio degli Anni 30. Due coppie cenano insieme,
servite da un discretissimo cameriere. Le signore vestono primizie delle
collezioni inverno 2007-2008 delle migliori case di moda. Il menu è elegante:
pinzimonio alle acciughe, astice con quenelles di fagioli, gazpacho con
branzino, paccheri ai fiori di zucca , nella prima parte della cena; una breve
pausa in terrazza e , poi, sorbetto al pompelmo, tournedos al foie gras, mousse
al cioccolato. I vini all’altezza. La conversazione è intensa; tratta di
problemi “alti”. I quattro commensali, però, conversano non parlando ma
cantando in versi petrarcheschi ed accompagnati da diciotto orchestrali
compreso il maestro concertatore al cembalo (tipica orchestra da concerto
grosso con enfasi sugli archi – violini, violoni, viole, contrabbassi – e due
oboi nonché un organo). Siamo al “desinar cantando”, innovazione in un
percorso, iniziato nel Cinquecento, con il tentativo rinascimentale di
riesumare il teatro greco tramite il “recitar cantando”.
La
due coppie trattano di filosofia, di politica e di religione. C’è, però, un
dramma molto sensuale in corso. Una delle due coppie è eterosessuale e
benpensante; l’altra è legata da un legame saffico (molto forte e molto erotico
in una delle due donne, più debole nell’altra, più giovane ed incerta). Si
prospetta, naturalmente, un “dico” (o simili) tra una delle coppie; l’altra,
regolarmente sposata, vuole impedirlo. E ci riesce, convincendo la giovane a
troncare la relazione e lasciando l’altra (apertamente, anzi quasi
sfacciatamente, lussuriosa) nella disperazione.
Un
film di Rohmer o Aldomovar? O qualche “opera prima” di debuttante italiano? Tutt’altro:
un oratorio del 1707 con testo scritto da un raffinato esteta con vasti
interessi culturali (e sessuali), il Card. Benedetto Pamphili, e messo in
musica da un giovanotto sassone molto avvenente, di 22 anni, Georg Friederich Händel. Nella Roma del primo Settecento era coccolato da principi-banchieri,
monsignori e belle dame; poteva permettersi di tutto e di più. Il gossip
settecentesco parla di uno strano avvenimento nei giardini di Villa Celimontana
dove il giovane tedesco si era appartato con una nobildonna ma sarebbe stato
colto sul fatto da un prelato che avrebbe tentato di trasformare il duetto in
terzetto – con conseguente fuga del ragazzo dalla Città Eterna.
Il
lavoro (“La Bellezza Ravveduta
nel trionfo del tempo sul disinganno”) è stato messo in scena in Italia una
volta sola, il 14 maggio 1707 (nel salone centrale di Palazzo Pamphili, dove
ancora oggi si organizzano concerti), sino al primo settembre 2007 quando è
stato riproposto, in un’edizione modernissima, alla 58sima Sagra Musicale
Malatestana di Rimini . E’ un’allegoria, di grande intensità drammatica, della
fugacità della bellezza fisica terrena con solo quattro figure: la Bellezza (soprano), il
Piacere (mezzo-soprano), il Disinganno (contralto) e il Tempo (tenore). La
regia è di Denis Kriegf, la direzione musicale di Matteo Messori alla guida
della Cappella Augustana. I quattro giovani protagonisti sono Monica Tarone,
Marcella Orsetti Talamanca, Sara Allegretta, Danilo Formaggia. Da qualche anno,
però, è uno dei lavori di repertorio all’Opera di Zurigo che più attira il
pubblico tra i 30 ed i 40 anni; è stato ripreso da teatri tedeschi. Si spera
che l’attraente versione di Rimini giunga a Roma e abbia una tournée. Tra
l’altro, è produzione a basso costo eseguibile in un salone (come a Rimini)
oltre che in teatri tradizionali.
In
altra sede, tratto degli aspetti tecnico musicali del lavoro e della produzione
della Sagra Malatestiana. Due aspetti di politica culturale meritano di essere
sottolineati. In primo luogo, l’attualità del lavoro: nella edizione di Zurigo
le due coppie sono in un loft in jeans, in quella di Krief (più
appropriatamente in quanto più vicina a quello che doveva essere l’ambiente di
Palazzo Pamphili nel 1707) in un appartamento elegante in conversari discreti
tra giovani (sui 35 anni) “che contano”. I temi trattati hanno una loro
caratura atemporale che rende l’oratorio-opera affascinante ancora oggi. In
secondo luogo, in un’Italia dove si spende e spande per carrozzoni
pseudo-culturali, perché un lavoro così importante (e così economico da mettere
in scena) ci arriva soltanto grazie all’iniziativa degli svizzeri e dei
tedeschi che ne hanno compreso il valore drammatico? Tra una “notte bianca” e
l’altra, speriamo che qualcuno trovi il tempo di rispondere.
