Polizze sanitarie obbligatorie anche a chi non le vuole

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Polizze sanitarie obbligatorie anche a chi non le vuole

14 Settembre 2009

Barak Obama si è risvegliato dal torpore estivo che lo avvolgeva tra le rinomate buche dei campi da golf di Martha’s Vineyard. Con un discorso politicamente lucido e coraggioso, al cospetto del Congresso, ha ritrovato il cromosoma dell’innovatore sociale e ha spiegato come intende affrontare e risolvere il problema rappresentato dall’insostenibilità economica e morale della sanità pubblica statunitense. La gestione della sanità federale è una palude politica nei fanghi della quale si sono smarriti molti Presidenti passati. Egli vuole essere "l’ultimo presidente" a dover guadare questo difficile terreno.

La deriva mercatista a matrice lobbistica ha drogato i fondamentali del mercato sanitario federale con il risultato che 47 milioni di americani non godono di alcuna assicurazione sanitaria. Questo sistema è insostenibile per due ragioni. Sul piano economico, perché il prezzo di mercato delle polizze sfianca la capacità di reddito delle famiglie della middle class. Sul piano etico, perché la democrazia americana non può e non deve tollerare l’assenza di una copertura sanitaria universale. La gestione della salute pubblica è infatti un nervo scoperto della fisiologia democratica degli Stati Uniti, tanto da divenire spesso il megafono amplificatore dei molti detrattori del modello liberale d’oltreoceano. La totale mancanza di un intervento collettivo a tutela della salute dei cittadini viene spesso considerata una degenerazione del liberalismo in reo individualismo.

Il dato peculiare risiede nel fatto che molti dei 47 milioni di “americani scoperti” hanno deliberatamente scelto di non sottoscrivere alcuna polizza assicurativa. Non perché non se la possano permettere, ma perché, provvisti di sana e robusta costituzione, sorretti dall’incoscienza della giovane età, o solo da leggera spensieratezza, preferiscono destinare a diversi usi le proprie risorse pecuniarie. Su questo tratto particolare si innesta il progetto di riforma del presidente democratico. L’idea è semplice ma efficace: ampliare la base di raccolta economica obbligando per legge coloro che recepiscono sufficiente reddito familiare a sottoscrivere una polizza assicurativa. Questa nuova iniezione di capitali garantirà alle società assicurative la necessaria consistenza economica per poter creare dei pacchetti assicurativi alla portata delle famiglie con redditi bassi. Si crea un sistema di redistribuzione verso il basso delle risorse aggiunte, ampliando di fatto il bacino solidale.

Allo stesso tempo l’amministrazione ricaverà risorse dall’aumento della tassazione delle aziende farmaceutiche e produttrici di macchine cliniche, nonché dall’incremento degli oneri fiscali sulle polizze “ricche”. La riforma Obama sarà a costo zero. Nessun impatto sullo sconfinato debito pubblico americano. Nessuna invasività apparente da parte dello stato federale nei confronti dei cittadini. Il piano operativo dell’amministrazione Obama è prima di tutto una sfida culturale. Se in Europa l’ispirazione ideologica socialista ha forgiato una solidarietà civile obbligata verso l’ideale dell’uguaglianza, come principio trascendente le libertà individuali; in America, l’equilibrio tra libertà individuali e solidarietà collettiva trova il fondamento filosofico nelle prime.

Se all’opportunità di scelta viene sostituita l’uguaglianza di risultati questo equilibrio salta. La storia americana è disseminata di esempi in cui l’idea dell’assistenzialismo reciproco stabilito per legge è stato sacrificato all’altare della libertà di scelta. La solidarietà ex lege come strumento di politica redistributiva, accende un contraddittorio genetico la cui portata non è prevedibile. La federazione americana respira ancora lo spirito di frontiera. Quello spirito che le permette di svoltare pagina, di colpo, e votare un presidente nero. Chissà se Obama riuscirà ancora una volta ad incarnare quello spirito o se sarà quest’ultimo, perpetuando se stesso, a svoltare pagina.