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Rivolte in Usa

Presidenziali Usa, tra negozi e chiese in fiamme vincerà la Silent Majority

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The Silent Majority will speak again in November. La maggioranza silenziosa parlerà ancora in novembre, è il nuovo motto di Trump, un altro, ancora, che non sostituisce, ma affianca quello di quattro anni fa, Make America Great Again. Sì, poiché sarà la stragrande maggioranza silenziosa, quella che non grida, che non devasta le città, che lavora, che non scende in piazza, e che non ha voce (per fortuna, dovremmo dire) nel lamestream media – il discount dell’informazione- a decidere il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America. Quel lamestrem media che aveva data voce a quegli economisti che avevano già profetizzato un chiliasmo a stelle e strisce, la fine del mondo in stile millenaristico negli Stati Uniti, da un punto di vista dell’occupazione, mentre i fatti, nei giorni scorsi, hanno detto che in maggio vi è stato un balzo in avanti di 2 milioni e mezzo di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Due milioni e mezzo di posti di lavoro prima perduti, e ora tornati, grazie al massiccio intervento finanziario disposto dall’amministrazione Usa. Mera illusione sarà anche per chi, negli Usa, sta paragonando il caso di Rodney King, del 1991, pestato dalla polizia di Los Angeles, a quello di George Floyd, ucciso nelle scorse settimane, sempre da agenti della polizia, a Minneapolis. Vane parvenze di analogie, poiché i radical si auspicano che finisca come nel 1992, quando a vincere le presidenziali fu il dem Bill Clinton, dopo i disordini del maggio dello stesso anno, i quali seguirono l’assoluzione dei poliziotti coinvolti nel caso King. Però Bush padre, allora, fu sconfitto dall’ex governatore dell’Arkansas, offrendo lo spazio ad un’alternativa democratica, non tanto per via dello scenario internazionale – essendo il paese uscito appena fuori dalla guerra del Golfo – ma per aver aumentate le tasse, dopo un accordo con i democratici.

Trump, diversamente, non solo ha tagliate le tasse, nella sua riforma fiscale pre-pandemia da “virus cinese”, ma nessun accordo è stato stipulato dai repubblicani odierni con il partito dell’Asinello; come pure lo scontro “totale”, oggi in corso nelle piazze, seppur per fortuna attenuato nelle ultime ore, dalla maggioranza silenziosa è percepita come strumentale, e, soprattutto, non causato da Trump. Ma la grande differenza tra i tumulti del 1992 e quelli del 2020, e che si dimostrerà decisiva alle elezioni che si terranno fra qualche mese, è che quasi trent’anni fa i fenomeni furono circoscritti alla classe operaia, mentre ora non solo sono più estesi, ma godono anche dell’appoggio dei democratici, con l’ex presidente Obama in primis, che ha detto di “comprendere” i rivoltosi. Un abbraccio mortale, per il candidato Biden, che si presenta come un moderato, fresco della candidatura ufficiale, visto che la settimana scorsa ha superato il numero minimo dei delegati necessari per l’affermazione alla convention estiva. Mortale sarà pure l’endorsement di Colin Powell, all’ex vice di Obama, negli otto anni a Washington: di quello stesso Powell, che sotto Bush figlio, come segretario di Stato, avallò il bluff delle armi di distruzioni di massa dell’Iraq, e che, pur essendo egli repubblicano, appoggiò la candidatura di Obama dodici anni fa. Un errore, dunque, politicamente sacrificale, quello dei dem Usa, di appoggiare – o tuttavia di non ostacolare – quello che di fatto è un “terrorismo” interno, come i “riots”: un errore che non fece neanche un partito comunista autentico, come quello italiano, negli anni ’70, che isolò sempre le frange antisistema. Insomma, l’interpretazione di Trump di una sinistra americana ormai radicalizzata, ha ora i suoi risconti concreti nelle dinamiche politico-sociali quotidiane, in un sistema che sembra, sempre più, assumere la fisionomia del vecchio continente, modello XX° secolo.

Ma a vincere le elezioni presidenziali di novembre, non sarà la marca rivoluzionaria – di cui Sanders, il leader socialista sconfitto alle primarie dem, è uno dei tanti sintomi – in stile russofilo (in America c’è anche chi sta paragonando questo periodo a quello che precedette l’avvento del bolscevismo, seppur distinguendo i possibili esiti, come Gary Saul Morson), ma l’ “american dream”, ancora una volta, che ha il suo serbatoio nella Silent Majority, la maggioranza silenziosa. Il compito di Trump, pertanto, non sarà quello di buttare benzina sul fuoco, su uno scenario già incandescente, ma quello di ergersi a simbolo della maggior parte della popolazione, quella che rifiuta tutti gli estremismi. Anche i sondaggi sono chiari e mostrano che al di là dei radicalismi, minoritari, c’è una chiara maggioranza. Un sondaggio Reuters-Ipsos pubblicato martedì scorso ha rilevato che al 73% della popolazione non dispiacciono le proteste e le manifestazioni, quelle pacifiche, che hanno avuto luogo, mentre il 79% pensa che i saccheggi e gli atti vandalici minino il fondamento della giustizia. Allo stesso modo, un sondaggio di Monmouth del 2 giugno ha rilevato che il 78% ritiene che la rabbia che ha portato alle proteste era solo parzialmente giustificata. Gli americani non sopportano i negozi e le chiese in fiamme.

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