Prodi, il Quirinale e la politica estera. Uno schema che non funziona
16 Dicembre 2014
di Redazione
Europa e Italia sono nei guai. Ai confini meridionali c’è l’imbarazzo della scelta, fra colpi di Stato militari, insorgenza islamista, guerre civili. Ai confini orientali non ne parliamo, tra la Russia che invade la Crimea e un partner Nato come la Turchia immobile davanti allo scempio di Kobane.
Fatta questa premessa piuttosto desolante, ieri Palazzo Chigi ha comunicato che durante l’incontro tra Renzi e il professor Prodi si è parlato di politica estera, Libia, Ucraina e relative mosse della Ue. Per i giornali il vero argomento del colloquio sarebbe stato invece la sfida al Colle che vede in Prodi un candidato possibile, pur sapendo com’è andata nel recente passato.
Che visione della politica estera avrebbe un Quirinale dal profilo prodiano? Di recente il Professore ne ha dette di cotte e di crude: l’asse franco-tedesco doveva schierare la Ue con Russia e Cina contro Bush e Blair; le sanzioni ai danni di Putin sono un "suicidio collettivo"; l’ingresso della Turchia nell’Unione rappresenta un "traguardo strategico". In Libia, dialogo dialogo dialogo con tutti perché gli interventi umanitari ormai non vanno più di moda.
Eppure, per restare agli ultimi cinquant’anni, l’Occidente ha convertito alla democrazia Paesi a dir poco recalcitranti come il Giappone. In seguito, abbiamo assistito in modo non certo passivo al crollo del Muro di Berlino. Oggi le talpe del libero mercato scavano in Cina e India, missione ardua ma non impossibile.
Non si capisce allora perché dovremmo abdicare al nostro, chiamiamolo così, ‘destino manifesto’, senza colpo ferire di fronte al caos globale, all’internazionale jihadista, ai cesarismi neottomani e neortodossi. Sarà che la politica estera non si può fondare solo sulla riduzione del danno, fatto sta che Prodi al Colle non convince, senza nulla togliere alla sua statura internazionale e alle idee che ha in materia.
