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Autonomisti o unitari?

Quagliariello e la seduzione del partito del Sud

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È di Gaetano Quaglia­riello, su Il Foglio di ieri, l’analisi più lu­cida fin qui prodot­ta sul perché il centrodestra non dovrebbe lasciarsi se­durre dalla prospettiva di un partito del Sud. Il meridiona­lismo, dice il vicecapogrup­po del Pdl al Senato, è stato un lungo confrontarsi tra au­tonomisti e unitari. I primi, sono stati spesso vittime del localismo, della diversità me­ridionale, della retorica del­la napoletanità o della sicilia­nità. E anche quando hanno dato vita a movimenti politi­ci forti, l’hanno fatto comun­que sotto il segno di una er­ronea convinzione: quella di una presunta superiorità del Sud. I secondi, gli unitari, si sono mossi invece da un’idea del tutto diversa: pro­prio la debolezza del Sud li convinceva che non poteva esserci futuro al di fuori del­lo Stato unitario, lontani da una solidarietà della nazio­ne. «Gli interpreti del miglior meridionalismo — scrive Quagliariello — mai hanno creduto alla favola bella di un Sud civilizzato e autosuffi­ciente». Così è stato per il meridionalismo conservato­re di Turiello, Fortunato e Croce; per quello rivoluzio­nario di Gramsci; e per quel­lo democratico di Gaetano Salvemini. È così è stato in tempi più recenti per il meri­dionalismo liberale di Chin­chino Compagna e di quello comunista di Gerardo Chia­romonte.

Ora, prosegue Quagliariel­lo, è proprio dalla sinistra meridionale che vengono le nuove spinte autonomiste: dal pensiero meridiano di Franco Cassano, alla «decre­scita» di Piero Bevilacqua; dal partito personale di Mau­ro Calise, al bassolinismo in­teso come sistema di potere incapace di proiettarsi come modello nazionale e non a caso naufragato sugli scogli dell’emergenza rifiuti. Da qui l’autocritica più convincente. Il Pdl — dice Quagliariello — dovrebbe ri­vendicare il ritorno al meri­dionalismo strategico e na­zionale; rischia invece di far sua la logica del bassolini­smo.

E tuttavia, il ragiona­mento di Quagliariello non è privo di ombre. Intanto, co­me fa a mettere dalla stessa parte, dalla parte di una sini­stra «positiva», sia Nicola Rossi sia Gianfranco Viesti? Cosa hanno in comune il Rossi che inchioda il ceto po­litico meridionale alle re­sponsabilità degli sprechi nella spesa pubblica e il Vie­sti che invece lo assolve in nome di un governo pregiu­dizialmente antimeridiona­le? E poi, come fa Quagliariel­lo a conciliare la sua batta­glia contro il localismo con le cose dette anche da Tre­monti sulla Banca del Sud? Il ministro, accogliendo una suggestione di Lombardo, secondo cui quella banca do­vrebbe utilizzare il dialetto per meglio adeguarsi alla re­altà, si è infatti affrettato ad assicurare che quella stessa banca non parlerà inglese. È dunque così che la Ban­ca del Sud sosterrà l’interna­zionalizzazione delle azien­de meridionali? Infine, giu­sto l’argine al localismo. Ma qual è il rischio di una immi­nente Cassa per il Mezzogior­no? Come si concilierà il neo­centralismo di questa Cassa con il federalismo prossimo venturo? Troppe contraddi­zioni.

L’analisi di Quagliariel­lo è dunque impeccabile, ma le proposte del suo parti­to ancora non sembrano an­dare in direzione di una al­ternanza vera nei metodi di governo e nei programmi. Il dubbio è che il nuovo centra­lismo si risolva in una deser­tificazione di tutti quei corpi intermedi necessari al gover­no di uno Stato unitario. E ancor di più al governo di un Mezzogiorno in deficit di svi­luppo e civiltà.

(dal Corriere del Mezzogiorno)

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