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Quagliariello: “In Campania basta con la cultura assistita”

Il progetto culturale della de­stra in Campania? “Epoca­le”, secondo l'opinione di Gaetano Quagliariello, stori­co e senatore del Pdl. Altro che polemiche e lamentele, il par­lamentare napoletano difende a spada tratta l'operato della nuova giunta, che invece ieri veniva dura­mente attaccata da Bassolino. L'ex governatore ha parlato di “danni e guasti alla cultura determinati da Caldoro e dalla sua giunta” che starebbe traghettando la Campa­nia da un orizzonte internazionale a un ristretto e arretrato provincialismo. Bassolino si dichiara “scon­certato” e ritiene che lo stesso sen­timento sia diffuso entro diversi ambienti culturali in Italia e al­l'estero, specie per quanto è acca­duto al teatro Festival in Campa­nia, manifestazione che ha visto azzerati i suoi vertici. Che cosa ne dice Quagliariello? In che senso parla di “progetto epocale”? “In realtà non si tratta solo della Cam­pania. Ci troviamo in una contin­genza epocale in Italia, in Europa, nel mondo, almeno da due anni. Non c'è più corrispondenza tra economia virtuale ed economia re­ale. I settori che tradizionalmente sono stati i più protetti perché si appoggiavano allo Stato ora sono i più esposti, in primis la cultura. E sono i settori che necessitano un cambiamento”.

Vale a dire?

“Ci si può comportare in modi diversi: si può rimanere stretti alle proprie abitudini senza mettersi in discussione e scaricando ogni responsabilità sul ministro o sul­l'assessore, o si può guardare ai tempi nuovi cercando nuove solu­zioni. In Campania non si può di­re che si sia scelta la strada dell'immobilismo, del far finta di nien­te”.

Questo attiene ai problemi economici, però la Regione non ha ancora mostrato di avere una vera e propria strategia cultura­le.

“La Regione ha deciso di non stare a galleggiare e di perseguire un cambiamento che risponda ai tempi. Sappiamo che sono neces­sari i tagli ai budget, allora ben venga il coinvolgimento dei priva­ti. Non è nemmeno una scelta det­tata dall'orientamento politico, è una necessità. E poi bisogna fare sistema”.

In che senso?

“Affinché non si perda qualcosa del patrimonio del passato biso­gna mettere in rete le istituzioni, teatri, musei, eccetera. Da una par­te c'è così un risparmio. D'altra parte i finanziamenti dei privati vengono spalmati in tutto il setto­re e non ci sono più sbilanciamen­ti a favore di un'istituzione piutto­sto di un'altra”.

Per quanto riguarda le nuove nomine, si parla di spoil system. È così?

“Chiamatelo come volete: la nuova giunta non mi sembra ab­bia fatto liste di proscrizione, ma avrà pure il diritto di promuovere persone di valore di cui si fida? Op­pure in Campania c'è una visione proprietaria dei beni pubblici? Se si apre un conflitto tra il presiden­te della Giunta e un dirigente co­me si risolve? La politica deve po­ter governare. Del resto le scelte fi­nora mi sembrano di indiscutibile qualità”.

Parla di De Fusco al Mercadan­te?

“Sì, ma anche di Paolo Macry nel cda del Teatro Festival. È im­portante che lo storico sia stato nominato anche se non ha tesse­re. Evidentemente c'è un rappor­to di stima che prescinde dal voto. Tra l'altro, come nel caso di Trom­betti, si tratta di intellettuali che hanno svolto il loro lavoro in ma­niera libera e che sono chiamati a svolgere funzioni specifiche, tecni­che. Le elites intellettuali che cir­colano sono un vantaggio per la comunità, non si possono incasel­lare. E poi c'è da chiarire un punto: non si può contrapporre la cul­tura di destra a quella di sinistra. La cultura è una, e la destra non deve soffrire di complessi di infe­riorità”.

Ma tornando al punto centra­le: qual è l'obiettivo della nuova giunta sul piano culturale? Solo quello di risparmiare?

“Mi sembra che sia una vera grande strategia quella che possa riuscire a condurre la Campania dal sistema in cui i beni culturali erano garantiti dallo Stato a uno in cui si possano salvare con fonti diverse di finanziamento. La de­stra non mette la testa sotto la sab­bia. Finalmente si potrà superare il periodo in cui a Santa Lucia c'era il santo protettore della cultu­ra. Insomma, questa è l'occasione per Napoli di uscire dal sistema della cultura assistita. Il pubblico, ormai, può essere solo un soste­gno sussidiario per questo setto­re”.

Lei è mai stato al Madre? Che cosa ne pensa?

“È sicuramente stato un ele­mento di vivacità nel panorama napoletano e per questo mi è di­spiaciuto che ci sia stato quel ge­sto dettato da mia logica quasi feu­dale degli artisti che volevano riti­rare le opere di fronte all'ingresso dei privati nel cda. Lasciano inten­dere di aver affidato i loro lavori a una persona e non a un'istituzio­ne pubblica per arricchire il patri­monio pubblico della città. Inam­missibile”.

(Tratto da Corriere del Mezzogiorno)

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