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Quando Montanelli si chiese che fine avrebbe fatto l’Italia dopo il Fascismo

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L’occasione è offerta da un’introduzione, nella fattispecie mancata, ai “Diari 1945-1950” di Giovanni Ansaldo, uno dei fratelli maggiore, insieme a Leo Longanesi, di Indro Montanelli. L’anno di grazia è quello del 2000 quando Giovanni Battista Ansaldo, figlio del giornalista genovese di cui si stanno pubblicando i testi inediti, si rivolge al fondatore de “Il Giornale”, che, dopo, qualche incertezza, accetta di presentare l’opera del collega scomparso.

La parte dell’intervistatore è assegnata, invece, a un altro genovese, Marcello Staglieno, già de “Il Giornale” e grande esperto dell’opera e del pensiero dell’illustre concittadino. A fine maggio il lavoro è terminato, ma al momento di passare le carte all’editore, il bolognese Mulino, sorgono certi problemucci. Il celebre giornalista spiega al suo ex che “per precedenti impegni con la Rizzoli non poteva contrattualmente rilasciare dettagliate interviste di tipo memorialistico”. Al dunque i “Diari” escono senza quella premessa che, da allora, rimane nel computer di Staglieno. Solo ora così quel lungo colloquio può uscire dall’oblio, in forma autonoma, per i tipi de Le Lettere, e, naturalmente, con la curatele di Staglieno.

In concreto, in una sessantina di paginette, sono riassunte al succo i passaggi cruciali e in qualche modo anche l’“ideologia” del giornalista morto il 22 luglio del 2001. Gli spunti, ovviamente, sono enne. Ma soprattutto da parte di Montanelli che una difesa, a tratti, divertita, a tratti, accorata della sua biografia, soprattutto per gli anni più problematici. E’ il caso della questione dell’anti-antifascismo. In proposito il giornalista ricorda in sua arrivo in Svizzera, con quei “fuoriusciti” dai “nervi a fior di pelle” da cui è “trattato con sospetto” e persino accusato di “apologia di fascismo”. Spiegazione, a bocce ferme, di quella incomunicabilità: “erano loro che non capivano, non potevano” darsi una spiegazione del fatto che “noi giovani, da soli, avevamo fatto nascere, dal di dentro del fascismo, un altro antifascismo, ben diverso da quello di quanti erano andati in esilio”.

Il lungo viaggio all’interno del regime è secondo scansioni già note. Belle pagine sono dedicate allo scetticismo, alla maniera di Guicciardini, di Ansaldo, di cui Montanelli sottolinea anche certe indubbie fragilità: “Intuivo che dietro il piglio sicuro, dietro l’eleganza nel vestire la propria gigantesca figura, e dietro la corazza delle sue staffilanti ironie coniugate assieme, sempre, a un’immensa quanto originalissima cultura, Ansaldo celava un fondo di timidezza. Che gli impediva, almeno con me, di aprirsi completamente… E, poi, affioravano non di rado, in Ansaldo, elementi romantici, che io non ho… Una natura, questa di Ansaldo, dalle propensioni anche un po’ anarchiche, come emerge da numerosi scritti suoi sull’anarchismo storico…”. Seguono giudizi di merito.

A cominciare dal ruolo di super consigliori di Longanesi editore. Erano, secondo chi racconta, una coppia che quasi perfetta e soprattutto che marciava all’unisono. “Li accumunava”, osserva Montanelli, “il gusto, e il rimpianto, per un Ottocento che forse hanno inventato loro (ma ci metto anche l’apporto mio). Difficile comunque precisare con esattezza quanto Leo debba all’amico… Però, senza troppo rifletterci, mi viene in quest’attimo da risponderti che forse senza Ansaldo, Longanesi, di là dalla sua prepotente originalità, non sarebbe stato Longanesi. Diversissimi, erano complementari”. Staglieno, in un’apposita “Appendice”, difende, lancia in resta, il suo ex maestro dall’accusa, recentemente rivoltagli da più di un critico, di “mendacio”. Lo fa con vigore, passione e con qualche argomento.

Indro Montanelli, Le passioni di un anarco-conservatore, Le Lettere, pagine 88, euro 9,50

 

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