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La rinuncia di Benedetto

Quando Ratzinger diceva: “Io l’ultimo papa come lo abbiamo conosciuto? Tutto può essere…”

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Nell’ottava ricorrenza annuale della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, complici alcune dichiarazioni dallo stesso rese al “Corriere della Sera” sulla libertà e consapevolezza della sua scelta e sul fatto che esista uno e un solo Papa, si è molto tornati a parlare di quell’evento che ha segnato la storia. Riproponiamo qui alcuni estratti delle “Ultime conversazioni” di Joseph Ratzinger a cura Peter Seewald, pubblicate per Garzanti nel 2016. 

Seewald: “Lei conosce la profezia di Malachia, che nel medioevo compilò una lista di futuri pontefici prevedendo anche la fine del mondo, o almeno la fine della Chiesa. Secondo tale lista il papato terminerebbe con il suo pontificato. E se lei fosse effettivamente l’ultimo a rappresentare la figura del papa come l’abbiamo conosciuto finora?

Ratzinger: “Tutto può essere. Probabilmente questa profezia è nata nei circoli intorno a Filippo Neri. A quell’epoca i protestanti sostenevano che il papato fosse finito, e lui voleva solo dimostrare, con una lista lunghissima di papi, che invece non era così. Non per questo, però, si deve dedurre che finirà davvero. Piuttosto che la sa lista non era ancora abbastanza lunga!”.

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Ratzinger: “Nessun papa si è dimesso per mille anni e anche nel primo millennio ciò ha costituito un’eccezione: perciò una decisione simile non risulta facile e la si deve ponderare a lungo. Per me, tuttavia, è apparsa talmente evidente che non c’è stato un doloroso conflitto interiore. La consapevolezza della responsabilità di questa scelta e della sua gravità, che esige l’esame continuo e scrupoloso, anche davanti a Dio e a sé stessi, questo sì, ma non nel senso che mi avrebbe, per così dire, lacerato”.

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Seewald: “Alcuni giornali parlarono perfino di ricatto e cospirazione”.

Ratzinger: “Sono tutte assurdità. Devo dire che il fatto che un uomo, per qualsivoglia ragione, si sia immaginato di dover provocare uno scaldalo per purificare la Chiesa è una vicenda insignificante. Ma nessuno ha cercato di ricattarmi. Non l’avrei nemmeno permesso. Se avessero provato a farlo non me ne sarei andato perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione. E non è nemmeno vero che ero deluso o cose simili. Anzi, grazie a Dio, ero nello stato d’animo pacifico di chi ha superato la difficoltà. Lo stato d’animo in cui si può passare tranquillamente il timone a chi viene dopo”.

Seewald: “Qualcuno ha sollevato l’obiezione che le sue dimissioni abbiano secolarizzato il papato. Ora non sarebbe più un ministero senza eguali ma un incarico come un altro”.

Ratzinger: “Questo ho dovuto metterlo in conto e riflettere sulla questione se, per così dire, il funzionalismo non abbia conquistato completamente anche l’istituzione papale. Ma anche i vescovi si sono trovati di fronte a un passo simile. Prima nemmeno il vescovo poteva lasciare il posto e molti di loro dicevano: io sono ‘padre’ e tale rimango per sempre. Non si può semplicemente smettere di esserlo: significherebbe conferire un profilo funzionale e secolare al ministero, e trasformare il vescovo in un funzionario come un altro. Io qui devo però replicare che anche un padre smette di fare il padre. Non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete. Continua a essere padre in un senso più profondo, più intimo, con un rapporto e una responsabilità particolari ma senza i compiti del padre. E questo è successo anche con i vescovi. In ogni caso, nel frattempo si è capito che da un lato il vescovo è portatore di una missione sacramentale, la quale lo vincola nel suo intimo, ma dall’altro non deve restare in eterno nella sua funzione. E così penso sia chiaro che anche il papa non è un superuomo e non è sufficiente che sia al suo posto: deve appunto espletare delle funzioni. Se si dimette, mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione. Per questo a poco a poco si capirà che il ministero papale non viene sminuito, anche se forse risalta più chiaramente la sua umanità”.

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