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Quanto conta Teheran nella campagna per le presidenziali

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Cosa fare con Teheran? La questione del nucleare iraniano sta assumendo sempre più importanza nel dibattito tra i candidati alla presidenza, tanto che, secondo molti osservatori, l’Iran starà alle presidenziali del prossimo anno come l’Iraq è stato a quelle del 2004.

A metà ottobre, un sondaggio della CNN ha rilevato che per il 77 per cento degli americani, Teheran sta cercando di sviluppare armamenti nucleari, ma il 68 per cento è comunque contrario ad un’azione militare. La questione iraniana trova però su fronti diametralmente opposti gli elettorati dei due partiti. Se i Democratici sono contro una guerra all’Iran nella misura di 7 a 1, il 49 per cento dei Repubblicani è invece favorevole. In sintonia con la base del partito, tra i candidati del Grand Old Party prevale la linea dura. La posizione più netta contro il regime di Ahmadinejad viene espressa dal frontrunner Rudy Giuliani. “Posso garantirvi”, ha detto l’ex sindaco di New York alla Republican Jewish Coalition, “che non scoprirete mai che cosa farà l’Iran qualora ottenesse le armi nucleari, perché non le avrà mai”. Nel primo dibattito presidenziale, ricorda il Council on Foreign Relations che sta monitorando le dichiarazioni dei candidati sulla politica estera, Giuliani ha riconosciuto che un attacco militare sarebbe “molto pericoloso”. Tuttavia, ha aggiunto, la bomba atomica in mano ad “un irrazionale” come Ahmadinejad sarebbe un fatto ancora più pericoloso. D’altra parte, non si può trascurare che uno dei consiglieri di Giuliani è il neoconservatore Norman Podhoretz, convinto sostenitore dell’attacco preventivo contro l’Iran.

Più sfumata la posizione di Mitt Romney che chiede forti sanzioni economiche e un isolamento diplomatico dell’Iran, coordinato con gli alleati arabi, per costringere Teheran a rinunciare alle sue ambizioni nucleari. Tuttavia, anche l’ex governatore del Massachusetts non esclude l’uso della forza come ultima opzione. Per Fred Thompson, un Iran nucleare è una minaccia troppo grande per gli Stati Uniti e per Israele, al quale non può essere negato il diritto di difendersi. Secondo l’ex senatore del Tennessee, Washington dovrebbe aiutare il popolo iraniano a rovesciare il regime. Thompson lamenta inoltre l’atteggiamento dei governi di Cina e Russia, eccessivamente morbidi con Ahmadinejad. Come ha notato The Christian Science Montitor, il primo novembre, l’unico candidato del GOP che non spinge sull’acceleratore della retorica (Bush ha parlato di Terza Guerra Mondiale) è il senatore ed ex veterano del Vietnam, John McCain (non a caso l’unico dei candidati che la guerra l’ha sperimentata sulla sua pelle e non stando seduto alla propria scrivania). McCain, che in aprile aveva scherzato sulla possibilità di un bombardamento dell’Iran (attirandosi molte critiche), considera prioritaria la via diplomatica, pur non escludendo il ricorso alla forza come extrema ratio. “Non ci possiamo permettere di avere a che fare con un Iran nucleare”, ha detto alla ABC la settimana scorsa, “ma ritengo che parlare già ora in modo specifico di bombardamenti o cose del genere sarebbe un grave errore”.

Tra i candidati repubblicani non si registrano, dunque, sostanziali differenze. La questione iraniana sta invece infiammando il dibattito in campo democratico, all’insegna del “tutti contro Hillary”. La senatrice di New York viene accusata dai suoi rivali diretti, Barack Obama e John Edwards, di essere appiattita sulle posizioni di Bush. Il confronto sull’Iran si è acceso dopo che, a metà ottobre, Hillary Clinton ha votato a favore di una risoluzione, caldeggiata dalla Casa Bianca, che iscrive i Guardiani della Rivoluzione iraniana tra le organizzazioni terroristiche. Secondo l’ex senatore Edwards, con questo voto la frontrunner democratica ha aiutato Bush a fare il primo passo per attaccare l’Iran. Anche Nancy Pelosi, la capogruppo dei deputati Democratici, ha manifestato le sue riserve, affermando che mai prima d’ora il Congresso degli Stati Uniti aveva definito “organizzazione terroristica un pezzo dell’esercito di un altro Paese”. Obama (che non era in Senato al momento del voto) ha ribadito di essere l’unico candidato che si è opposto tanto alla guerra in Iraq nel 2002 (Clinton ed Edwards votarono a favore) quanto ad un intervento militare in Iran. Sia Edwards che Obama ritengono necessario aprire dei negoziati diretti con il governo iraniano, ma nessuno dei due ha comunque escluso del tutto il ricorso all’opzione militare. Dal canto suo, l’ex First Lady ha affermato che il suo voto sui Guardiani della Rivoluzione non è affatto un via libera alla guerra all’Iran ma, anzi, rappresenta un sostegno agli sforzi diplomatici per scongiurare un’escalation. A dimostrazione della sua buona fede, Hillary ha firmato – assieme ad altri 29 senatori democratici – una lettera indirizzata al presidente Bush, nella quale viene espressa viva preoccupazione per l’atteggiamento assunto dalla Casa Bianca nei confronti dell’Iran. In realtà, come hanno notato alcuni – per esempio, la rivista National Journal – Hillary Clinton, forte del suo vantaggio nei sondaggi, si sta posizionando a metà strada tra i Democratici troppo riluttanti a confrontarsi con l’Iran e i Repubblicani dal grilletto facile. Hillary rispolvera così quella “triangolazione”, a volte “cerchiobottista” ma molto efficace, che ha fatto la fortuna del marito Bill.

 

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