l'Occidentale Abruzzo

Quattordici mesi per rilanciare l’Abruzzo

Il Ferragosto lo trascorrerà al mare, a Giulianova. «Sto con la mia famiglia», dice, «ascolterò musica e leggerò. Ho con me due libri: un romanzo, “Silenzio assoluto”, di Frank Schätzing, e un saggio di Alesina e Giavazzi, “Il liberismo è di sinistra”, ma tanto la sinistra non lo capirà».

Presidente Chiodi, c’è qualcosa che si sente di promettere agli abruzzesi per i 14 mesi che mancano alla fine del suo mandato?

«La riduazione delle tasse. Credo che sia un segnale molto forte soprattutto in questo momento di difficoltà per il tutto il Paese. Parlo della riduzione delle addizionali regionali su Irpef e Irap messe perché l’Abruzzo era in default».

La promessa non è nuova: di quanto vorrebbe ridurle?

«Difficile dirlo. Dobbiamo avere il via libera dal governo per farlo. Sarebbe un segnale importante, un attestato del lavoro fatto per ridurre la spesa pubblica in Abruzzo».

Che giudizio dà del governo Monti?

«Un giudizio complessivamente positivo, che tiene conto di ciò che il governo ha fatto a livello nazionale e che ha cercato di fare per l’Abruzzo: ridurre la spesa pubblica, chiudere enti inutili, porre fino a un costume che aveva portato, negli anni, all’espolosione della spesa. Ma ho anche alcune perplessità sull’azione del governo».

Quali?

«L’aumento della tasse, per esempio, è stato troppo forte. Tasse troppo alte portano alla riduzione delle entrate, cosa che sta accadendo».

Qual è l’ostacolo più difficile che l’Abruzzo deve affrontare da qui alla fine della legislatura?

«Il principale è la penuria di risorse a livello nazionale per finanziare alcuni progetti importanti: la strada pedemontana e il porto di Ortona. E’ tutto pronto, i progetti sono cantierabili e sono previsti nell’atto di programmazione del governo. L’altro ostacolo riguarda i trasporti pubblici locali: non siamo più in grado di mantenere il sistema attuale se il governo mantiene i tagli. Infine, ma non per ultimo, il problema della bonifica del porto di Pescara. Lo Stato si è impegnato a fare il suo dovere ma non sono sicuro che ce la possa fare, sempre per lo stesso motivo: la mancanza di risorse finanziarie».

Sono mesi che va avanti questo rimpallo fra Comune, Provincia, Regione e governo, senza che si trovi una soluzione: non lo trova uno spettacolo imbarazzante?

«La bonifica del porto di Pescara è responsabilità del governo perché si tratta di un porto nazionale. Nessun rimpallo, quindi. Certo, è uno scandalo nazionale. La cosa che mi sgomenta è che ci siano così tante incertezze e invasioni di campo da parte di soggetti diversi sulla caratterizzazione dei fanghi del porto. E’ incredibile che non si riesca a sapere con esattezza quello che c’è lì sotto».

E perché non si riesce a capirlo?

«Le norme sono farraginose. Quindi, c’è la paura di scrivere nero su bianco qualcosa di definito per timore di essere sconfessati da un altro organismo».

Presidente qual è, secondo lei, la condizione psicologica della maggioranza degli abruzzesi in questo momento?

«E’ la stessa della media degli italiani: a predominare è l’inquietudine per il futuro, perché la prospettiva è troppo incerta. Per la prima volta nella nostra storia, c’è una generazione che è convinta che starà peggio di quella precedente.

Lei come l’avverte questa condizione?

«Incontrando le persone. L’inquietudine è ogni giorno più forte. L’unico fatto positivo è che si è presa consapevolezza che ciò che, per anni, ci siamo permessi non possiamo permettercelo più».

Una situazione che nell’Abruzzo figlio del gasparismo pesa ancora di più che altrove?

«Non c’è dubbio. In Abruzzo l’approccio culturale di fondo era quello di fare affidamento sull’assistenzialismo. Il nostro tanto decantato sistema industriale si fondava sull’assistenza dello Stato, sul fatto, per esempio, che non si pagavano tasse per dieci anni. Anche l’enorme numero di persone impiegate nella pubblica amministrazione è frutto di una stagione politica in cui non c’era più correlazione fra entrate e spese. Anche per questo, l’Abruzzo è stata la prima regione italiana a fallire. Siamo stati come la Grecia. Nel 2007, per noi il Fondo monetario internazionale sono stati le altre Regioni italiane e lo Stato che ci hanno dato i soldi per pagare i nostri fornitori».

E’ giustificata la diffidenza degli abruzzesi verso la politica e la sua classe dirigente?

«Direi di sì. Siamo stati la prima Regione a fallire; solo tre presidenti di Regione, negli ultimi 20 anni, hanno portato a termine il loro quinquennio di governo; e nessuno di loro è stato confermato nelle elezioni successive. Sì, la diffidenza è giustificata, ma, come per tutte le cattive reputazioni, ci vuole tempo per cambiare la percezione dell’opinione pubblica. Qui il problema era di sistema. La Regione Abruzzo era diventata una sorta di acquasantiera: si chiedeva tutto a una Regione che tutto dava, senza capire che, in questo modo, poneva le basi del disastro. Si distribuivano risorse che non c’erano».

Una delle accuse più ricorrenti nei suoi confronti è di aver favorito la sua provincia, Teramo, nella distribuizione della risorse. E’ solo una malignità?

«Non so se sia una malignità. Di sicuro è una sciocchezza alimentata dalle classi politiche di altre province che puntano così a ottenere sempre di più per loro stesse. La verità è che le risorse non c’erano. Noi non abbiamo distribuito risorse ma pagato debiti. Le uniche risorse sono quelle dei fondi europei, dei Fas, per ottenere le quali bisogna aggiudicarsi dei bandi».

Di quante Province ha bisogno l’Abruzzo?

«Di nessuna. Per dirla tutta, anche l’Abruzzo è una regione troppo piccola».

Perché troppo piccola?

«Per tre ordini di motivi. Ci sono costi fissi dell’ente che prescindono dalle dimensioni della popolazione e che incidono molto sulle tasse che paghiamo. Inoltre, oggi lo sviluppo si determina sempre di più su aree vaste. Terzo: il peso politico dipende molto dalla dimensione territoriale».

Con chi dovrebbe unirsi l’Abruzzo?

«Con le Marche e il Molise in una macroregione».

Come si vede da qui a dieci anni?

«Io lavoro sempre come dovessi restare presidente per alteri dieci anni».

Si ricandiderà?

«E’ una domanda alla quale preferisco non rispondere per ora».

(Tratto da “Il Centro”)

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