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La presidenza stabile

Quella di Massimo D’Alema all’Ue è solo una candidatura di ripiego

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Confesso che sono stupito dal modo in cui Massimo D’Alema sta risalendo la lista dei candidati per il ruolo di responsabile della Politica Estera dell’Unione Europea. A prima vista l’ex primo ministro ed ex ministro degli Affari Esteri avrebbe poche carte in regola per ottenere il posto. Ma in realtà ci sono certe ovvie ragioni per la sua ascesa, nessuna delle quali ha davvero a che fare con l’Unione Europea.

Innanzitutto, vediamo che cosa c’è che non va. 1) Il suo passato comunista. Potremmo metterla così: “D’Alema è un ex comunista e quindi è un candidato inaccettabile per la Polonia e altri Paesi dell’Ue che hanno sofferto per la dominazione sovietica mentre il partito comunista italiano si stava abbuffando con i fondi segreti che provenivano da Mosca”. In tutta onestà, D’Alema ha abbandonato il comunismo 20 anni fa. Ho lavorato per 5 anni a Roma occupandomi della cronaca politica italiana e non mi è mai sembrato un estremista o un fautore della linea dura. Forse il contrario: anche se in un modo un po’ ambiguo, è una persona fortemente pragmatica.

2) La sua opinione sugli Stati Uniti. D’Alema non è stupidamente anti-americano, ma conserva non poche tracce di quella "quinta essenza" della personalità europea, ossia del tipico intellettuale austero di sinistra che è pieno zeppo del suo sdegno culturale per gli Stati Uniti. Questo potrebbe essere un vero rischio per l’Ue. Se come capo degli Affari Esteri europei D’Alema dovesse criticare gli Stati Uniti in pubblico, l’influenza europea a Washington verrebbe rasa al suolo, e ci sarebbero recriminazioni così amare tra i 27 Paesi dell’Ue che renderebbero l’idea di una politica estera comune solamente una presa in giro.

3) Le sue abilità linguistiche. Oggi sarebbe una pazzia per l’Unione Europea avere un capo della politica estera che non parli bene l’inglese. D’Alema è migliorato durante gli anni, ma non abbastanza. “Parla un francese da cameriere e sa appena l’inglese”, afferma un ministro europeo che lo ha conosciuto durante i suoi numerosi incontri con il governo italiano.

4) Il fattore della politica domestica italiana. Vi siete domandati perché il premier Silvio Berlusconi è così ansioso di promuovere la candidatura di D’Alema, il suo principale avversario politico? A questo punto, è utile rispolverare un po’ la storia. Tra il 1996 e il 2001, Berlusconi sconfisse duramente D’Alema con una manovra fatta da una serie di negoziati sulla riforma costituzionale italiana che culminò nel nulla, beneficiando però Berlusconi. Forse, nel cervello del primo ministro italiano, è passata l’idea che, anche come responsabile degli Affari Esteri, D’Alema è piuttosto capace di autodistruggersi, un fatto che rovinerebbe la sua carriera e rafforzerebbe l'influenza di Berlusconi nella scena politica italiana.

Ma allora perché D’Alema è un astro in ascesa? Una ragione è che sia la Francia che la Germania non hanno mai mostrato interesse nell’ottenere il ruolo di responsabilità della politica estera (preferiscono posti economici molto più importanti nella Commissione europea in arrivo). Nel frattempo, la Gran Bretagna persiste nel suo ostinato sostegno a Tony Blair come primo presidente stabile dell’Unione, riducendo quindi le probabilità che David Miliband possa diventare il capo della politica estera. Il comportamento di Francia, Germania e Gran Bretagna ha lasciato un vuoto che è stato riempito dall’Italia, la quarta potenza europea.

L’altra ragione è che D’Alema ha ottenuto l’appoggio dei partiti socialisti in Europa. La persona chiave in questo gioco è Martin Schultz, il tedesco che presiede il gruppo di centro-sinistra nel Parlamento Europeo. Schultz sta sfruttando la candidatura di D’Alema per uno scopo molto più ampio, ossia massimizzare il potere della legislatura rispetto ai governi dell’Ue e alla Commissione, aumentando quindi l’influenza della sinistra in Europa e consolidando la sua autorità personale all’interno del gruppo di centro-sinistra.

Tutto questo è poco allettante. Ma cosa sarà successo all’idea che i ruoli più importanti europei dovrebbero andare ai candidati più qualificati?

 

© Brussels Blog - Financial Times

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

 

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